Sentirsi a casa. Quando la relazione di fiducia guarisce

Simona, dopo un'adolescenza difficile, è arrivata nella casa-famiglia di Poggiolo ormai dieci anni fa. Qui «ho trovato persone che si prendono cura di me come fossi una figlia, altri come una sorella»

Ci sono case che hanno un sapore, degli odori e un calore che non ti staccheresti mai di dosso. E lo puoi capire non dagli arredi né dalle mura o dal giardino, ma lo comprendi da chi le abita e dalle relazioni di fiducia che intrecciano le vite di persone pur se diverse.
«La medicina più preziosa per me è stare in questa casa accogliente, avere una famiglia, avere i miei educatori che non mi lasceranno mai sola! Mi sento a casa mia». Sono le parole di Simona (nome di fantasia), una delle ospiti della casa d’accoglienza San Clemente a Poggiolo. Una delle case sostenuta grazie all’8xmille della Chiesa Cattolica, una delle strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata dal sacerdote riminese don Oreste Benzi cinquant’anni fa.
Qui sono accolti, con competenza e con stile familiare e percorsi educativi individualizzati, adulti con situazioni di disagio alle spalle, uomini e donne con storie di fragilità alcuni con disabilità, qualcuno rimasto senza casa, altre uscite dalla spirale della violenza. A volte sono inviati dai servizi territoriali o dalla Caritas, altre volte sono storie che vengono da lontano.
Tutti a vario titolo sono protagonisti della propria storia di rinascita, affiancati da membri della comunità di don Benzi, due figure educative maschili e una femminile.
Simona è una delle donne che è riuscita a voltare pagina. Ancora giovanissima, è dovuta fuggire dalla sua famiglia e da un quartiere molto degradato del sud Italia. Era caduta all’epoca in un brutto giro. Il rischio di essere sfruttata e non riuscire a vivere la propria vita e il proprio futuro in libertà e con dignità era sempre dietro l’angolo. Il suo carattere, allora ribelle, l’ansia di non essere al sicuro, le han dato la forza di uscire dal degrado, e di chiedere aiuto. Subito è stata allontanata dal suo territorio e accolta in diverse case-famiglia della comunità tra Marche ed Emilia Romagna. Gli incubi dell’infanzia e dell’adolescenza, le sue fragilità psichiche sono stati alcuni dei suoi ostacoli. Ma avere figure di riferimento che l’aiutassero a sentirsi protetta, al sicuro e preziosa per le sue qualità e la sua bontà – e a non dovere più «imbrogliare», come dice lei, per salvarsi – costruire relazioni di fiducia, legarsi ai suoi educatori ed educatrici sono stati la sua salvezza.
Nel territorio imolese è ormai integrata da più di dieci anni. «Qui posso fidarmi di chi mi sta accanto – racconta con entusiasmo – trovare tempo per me stessa, imparare a stare con gli altri ospiti, miei compagni di viaggio, senza sentirmi in pericolo o vivere le ansie di tanti anni fa. In questa casa-famiglia ci sono persone che si prendono cura di me, alcuni come fossi una figlia, altre persone come fossi una sorella minore, e che non mi lasceranno mai sola. Finalmente sono riuscita a trovare il mio equilibrio e non mi sento più sola o in pericolo».
La sua integrazione è stata possibile grazie al coinvolgimento in laboratori e attività specifiche per il recupero delle proprie autonomie. Simona fa attività di teatro e ginnastica, frequenta delle lezioni di “recupero saperi”, è seguita dai servizi territoriali, ed è sempre attiva anche nelle varie attività della casa-famiglia, ha potuto raggiungere una certa autonomia, anche economica, negli anni.
La più grande passione? Sorride e ci mostra alcune foto del suo ultimo tour tra la provincia di Imola e quella di Modena. «Il teatro! Vado sul palco anche io, con i miei amici della Compagnia Exit». Lo spettacolo Quel luogo dentro di noi ripropone tante storie, personaggi di grandi opere, da Molière a Pirandello, che insegnano quanto sia importante fare memoria. «Alcune storie – ci spiega Simona sono difficili, altre possono fare diventare tristi. Ma insieme passa, con tante emozioni, quel momento tra le luci e gli applausi».
Il passato di ognuno, le ferite più o meno grandi, viste su un palco, anche per Simona, che alla sera ha finalmente una casa ad aspettarla, diventano davvero occasione per ritrovare se stessi.
Quando una persona fragile è al sicuro, e ha fiducia verso chi le sta vicino e le abita accanto, anche il palcoscenico della vita diventa più leggero e accogliente.
Irene Ciambezi, educatrice della Comunità Papa Giovanni XXIII

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