Cyberbullismo, paura di esser tagliati fuori e “vamping”: i rischi della rete

Nell'incontro di ieri al liceo di Lugo il sostituto procuratore Cristina D’Aniello: «Ragazzi a volte inconsapevoli delle loro azioni online»

In un contesto pandemico con il quale sembra finalmente possibile convivere, risultano invece devastanti le difficoltà che i mesi di mancata socialità hanno provocato nelle generazioni più giovani (e non solo).
Per trattare, in particolare, delle complessità legate all’utilizzo di internet e dei dispositivi elettronici, è stato organizzato, nella giornata di mercoledì 30 novembre, l’incontro Minori: vittime e autori di reati, su iniziativa dell’Università per adulti e del Liceo di Lugo, con il patrocinio del Comune della stessa città.
Diffamazione online, minacce, molestie. Questi solo alcuni degli atteggiamenti che configurano violazioni al codice penale e che hanno progressivamente preso piede negli ultimi tempi. «I social – ha esordito Cristina D’Aniello, sostituto procuratore della Repubblica – non richiedono regole nuove rispetto a quelle già esistenti. Cambia certo il contesto, ma il disvalore di un dato comportamento rimane percepibile e invariato. I ragazzi devono essere riportati al valore delle proprie azioni e serve un lavoro educativo sinergico di scuola e famiglia». È di vitale importanza, inoltre, che i giovani comprendano come «il contenuto pubblicato sui social – continua – non è più solo loro, ma diventa della rete e in quanto tale può essere utilizzato e manipolato, spesso senza via di ritorno».
Mai come in questi casi bisogna quindi prevenire, nella mancata certezza di poter curare. Un ragazzo che si chiude in camera, dorme poco e rende la sua vita esclusivamente digitale deve richiamare l’attenzione dei genitori. «Sento spesso dire – afferma l’ispettore Antonio Scodalupi, responsabile della sezione cibernetica della questura di Ravenna – “mio figlio è nella sua stanza, non fa del male”. Niente di più sbagliato: è proprio quello il luogo più a rischio». Secondo alcuni sondaggi riportati dallo stesso Scodalupi, il 79% degli intervistati tra gli 11 e i 18 anni impiega i social per più di 4 ore al giorno (2 mesi all’anno escludendo le ore di sonno), il 52% ha provato a ridurre il tempo trascorso online senza riuscirci, il 33% definisce l’uso che fa dello smartphone eccessivo.
Un giovane su 2 dichiara di essere scattato, di aver risposto male o di aver alzato la voce almeno una volta se interrotto mentre era online: «Un radicale mutamento d’umore – aggiunge l’ispettore – che può essere avvisaglia di uno stato di dipendenza. Si aggiungano, a questo, altre possibili conseguenze derivanti da un uso smodato dei dispositivi elettronici, quali perdita di stimoli, pensieri ossessivi, alterazione del ciclo sonno-veglia, mutamento della condivisione sociale e la delicatissima tematica del sesso in rete».
Poi le innumerevoli problematiche legate al mondo digitale – tra cui nomofobia (acronimo per ‘No Mobile Phone fobia’), fomo (fear of missing out, paura di esser tagliati fuori) e vamping (derivato da vampiri, perché si resta svegli fino all’alba usando i social) – e gli altrettanti fenomeni, non solo virtuali, di body shaming, flaming e bullismo, che si uniscono alle vicende di trolls ed haters. Situazioni preoccupanti che, congiuntamente a quanto raccomandato dalla dott.ssa D’Aniello, necessitano di un intervento mirato a sanare «l’inconsapevolezza dei ragazzi – ha dichiarato Scodalupi -, autori, spesso non totalmente consci, di azioni idonee a provocare gravi conseguenze giuridiche e sociali». Citando il film The Social Network (2010), si tenga a mente che «su internet non si scrive a matita, ma con l’inchiostro».


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