«Dino accarezzava il biglietto. Stava andando alle corse…». Un racconto di motori e dell’Imola di un tempo firmato Luisa Manzoni

Era il 1953, la prima gara (di moto) all’autodromo Prototipo Coni. Il signor Fabbri risparmiava da mesi, non voleva mancare. Alla fine, però, non entrò. Aveva “bagarinato” il suo tagliando per il quadruplo dell’acquisto...

Foto Gianpaolo Dall'Olio

Imola e il Gran Premio, il Gran Premio e Imola. In occasione dell’arrivo in autodromo della Formula 1, ri-condividiamo il racconto dell’Imola di un tempo scritto da Luisa Manzoni, storica collaboratrice del Nuovo Diario e scrittrice. Per ricordare come “si andava alle corse”. Paiono secoli…

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Per oltre un secolo Imola è stata la città dei matti. Poi, ha dato una sgasata come si dice da noi, ed è diventata la città dell’autodromo Dino Ferrari. A Imola c’è un autodromo di prim’ordine, con una storia travagliata, per anni quiescente come l’Addormentata nel bosco: d’altra parte il bello è sempre sofferto.
L’idea matta di realizzare il circuito balenò, per caso, nel 1947 a tre fantasiosi patiti delle due ruote: Checco Costa, Gualtiero Vighi e Graziano Golinelli. Sulla riva destra del Santerno era in costruzione una strada comunale e ai tre soci, che gironzolavano da quelle parti, uscì: «Siamo qui a rimboccarci le maniche per ricostruire ciò che le bombe hanno spianato e perché non fare il botto con un progetto folle, innovativo. Un’idea da màt». E Gualtiero a Checco: «Màt par màt: Alora?». «Sfruttiamo la meraviglia delle nostre colline Tre Monti, l’unicità verde de il Parco Acque Minerali e costruiamo un bel circuito, per motociclette». Checco Costa guardava dall’alto la città adagiata a sinistra del fiume; la mano distesa percorreva l’aria a disegnare un ipotetico percorso. «Vacca, che botta! Ve li immaginate Villoresi, Ascari…». «L’idea c’è, ma la grana da dove arriva?».
Contattarono il sindaco Veraldo Vespignani che, non solo ascoltò la föla dei tre, ma sposò il loro progetto e lo rese realizzabile. Esti (Ente Sportivo Turismo Imola) sorse come cooperativa con la fattiva collaborazione del Comune. Nella primavera del 1950 iniziò la realizzazione del mega-impianto. Il Coni stanziò 50 milioni come anticipo e si ritenne padre putativo dell’autodromo, immaginandolo come possibile ‘prototipo’ di altri simili (mai realizzati). Il Comune di Imola fu collaborativo impiegando l’attrezzatura tecnica, il personale e la somma stanziata dal bilancio. Trascorsi due anni, il carpet d’asfalto era lì: bello, grigio ardesia, liscio come un biliardo a snodarsi in curve, contro curve, rettilinei immersi nel verde più verde, pronto per essere sottoposto al collaudo tecnico-sportivo del Presidente del Coni in persona. Elogi, dopo il collaudo del 1952, espressero Ascari, Masetti e Lorenzetti. Fangio, il grande, si espresse in termini lusinghieri nel 1957. 1953, la prima gara: Gran Premio Coni con i nomi più prestigiosi del motociclismo italiano e non solo. Mendogni, Dilani e Lorenzetti premiati con la corona d’alloro, come gli atleti dell’antica Roma.
Dino Fabbri era apprendista calzolaio per una misera paga (chè il padrone voleva essere pagato per insegnargli il mestiere), ma la corsa delle motociclette non se la poteva perdere; lui che fissava ai raggi della ruota anteriore della bici una carta da gioco piegata a coppo, per riprodurre la blanda imitazione dello scoppio della marmitta. Da mesi, in previsione della gara, risparmiava all’osso. Prima di andare a bottega faceva due ore di straordinario – dalle cinque alle sette – dal fornaio di via Mazzini a consegnare il pane a domicilio. E ora accarezzava il biglietto in tasca come la realizzazione di un sogno.
Non si era mai vista a Imola tanta gente prima di quella domenica, neppure alla Fiera di San Cassiano. Migliaia di spettatori attraversavano la città: chi con l’abito della festa, chi vestito sportivo con le scarpe di ricambio ad armacollo e l’ombrello sottobraccio. Gli imolesi guardavano la fiumana umana affacciati ai balconi o schierati sui marciapiedi. I negozi di fornaio, presi d’assalto, esaurirono le scorte nel tempo di due ore. Si disse che Mardàza, la donna del fiume che gestiva la polla d’acqua sulfurea sulla sponda destra, si prendesse una settimana di ferie – lei che non aveva lasciato la sua postazione se non il giorno in cui aveva partorito – per dare sollievo alle spalle provate dal concitato uso del mattarello a stendere le piadine che avrebbe fritto in padella nel grasso di maiale (sempre aggiunto, mai buttato).
Le corse dei motori erano una passione da maschi, ma le ragazze non potevano pensare di essere escluse da un simile avvenimento. Vestito della domenica, tacchi alti, borsetta per lo struscio in Viale Dante; impettite, a tenersi di braccetto, per ridere e sbirciare i ragazzi che si affrettavano all’ingresso del circuito. Per le ragazze la passeggiata finiva al ponte di viale Dante, ove il rombo dei bolidi non aveva confini, portato dall’aria che sapeva di olio di ricino arso. Anche Dino era al ponte. Non poteva entrare. Aveva venduto bagarinando il suo biglietto per il quadruplo dell’acquisto. Appoggiato alla spalletta del ponte immaginava dal rombo la tipologia dei bolidi che sfrecciavano.
Il successo ripagò le speranze e i sacrifici dei pionieri. Il Comune vide Imola promossa a città sportiva di rango nazionale. Monza, che faceva scuola, ora era la diretta concorrente. I vantaggi economici brillavano come gli zecchini di Pinocchio. Ed ecco l’inghippo. Alcuni proprietari di terreni soggetti all’esproprio fecero ricorso al Consiglio di Stato, per cui i lavori di completamento e manutenzione ripresero solo nel 1959. Tra polemiche e intoppi burocratici i lavori procedevano a rilento. La soluzione venne con l’entrata in gioco dell’Automobile club di Bologna. Sciolta la Cooperativa Esti, il Comune di Imola, proprietario dell’impianto, cede all’Aci di Bologna l’uso per il tempo di 20 anni. L’autodromo può essere impiegato per 32 giornate motoristiche (auto e moto) ogni anno, compresi 8 giorni per collaudo di macchine. L’autodromo è dedicato a Dino Ferrari nel 1970 e ha un valore non marginale per Imola. Scriveva Aureliano Bassani: «Quali che siano i suoi meriti sportivi, economici e sociali, non si deve dimenticare che il circuito ha salvato Imola dall’onda delle costruzioni in una delle zone verdi più belle. Poi, si sa, tutto è perfettibile. Forse fra 20 o 30 anni, nel 2000, si vedrà che cosa il Dino Ferrari ha voluto dire per l’ecologia della nostra città, per il risvolto economico e per altro ancora…».
Luisa Manzoni

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