13 maggio 1944, 80 anni fa Imola sotto le bombe. Il racconto di un testimone

Il racconto di quella giornata scritto da Sergio Raffuzzi, da giovane testimone di quella tragedia e scomparso nel 2020: «Sembrava una semina, non finivano mai di cadere. Una pioggia di piccoli mostri, che venivano giù abbattendosi sulla città»

Foto Cidra

Il 13 maggio 1944 fu uno dei giorni più bui per la nostra città. Il drammatico primo bombardamento aereo che colpì la zona della Pineta del Macello si lasciò dietro di sé morti e macerie. «Vittime innocenti furono immolate da velivoli nemici. Davanti alle 41 Salme portate nella nostra Cattedrale tutti piangemmo e con noi il nostro Vescovo che le benedì e disse su Esse le parole di Vita, quelle mirabili parole che aprono l’eterna Vita ai fedeli» scriveva il nostro settimanale il 24 giugno del 1944.
Di seguito riportiamo la testimonianza di Sergio Raffuzzi, da giovane testimone oculare dell’evento, più volte ripresa dal nostro settimanale. Raffuzzi, venuto a mancare nel 2020 all’età di 92 anni, non ha mai dimenticato quel 13 maggio 1944.

Messaggio promozionale

13 maggio 1944 – Era una giornata piacevole, primaverile, in contrasto con la gravità della situazione dovuta alla dominazione straniera e alle difficoltà, specie alimentari, cui eravamo costretti. Ricordo infatti in quei giorni uno stato di incosciente tranquillità fondata peraltro sulla quasi certezza di una liberazione, che si pensava oramai prossima.
In quel periodo, infatti, il fronte bellico si stava muovendo e le cose volgevano decisamente a favore degli eserciti Alleati. Nessuno pensava poi, che dopo Firenze a fine giugno, il fronte avrebbe sostato nei mesi invernali sulla “Linea Gotica” a ridosso del nostro Appennino, prolungando così l’attesa per molti mesi ancora. E proprio in quel momento, mi pare nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio, la tragedia. Un bombardamento a tappeto sulla Stazione ferroviaria, Viale Andrea Costa, la Ceramica e zone vicine, polverizzava infrastrutture, fabbriche e case circostanti lasciando distruzione e lutti.
In totale i morti furono 53: tre bambini, 34 donne e 16 uomini. A Porta dei Servi aveva perso la vita, sotto le macerie, anche la fidanzata di mio cugino Roberto, a casa del quale, sulla strada Montanara, mi ero intrattenuto fino a pochi istanti prima della incursione. Si parlava del più e del meno tutti riuniti, quando il suono prolungato della sirena d’allarme squarciò l’aria, e ci sentimmo tutti richiamati alla realtà della situazione.
Per istinto avvertii la necessità di allontanarmi di alcune centinaia di metri, in aperta campagna, all’incrocio tra la via Montanara e la via Clelia, in prossimità dell’allora “Casetta fra gli abeti” .Un complesso cui faceva corona un ampio parco alberato, abeti ad alto fusto tali da costituire una perfetta mimetizzazione e dove, peraltro, aveva trovato idonea sistemazione un autoparco dell’esercito occupante con numerosi automezzi e con in più un certo numero di soldati italiani, arruolati con la qualifica di ausiliari autieri. […]
Tornando a quel giorno, il 13 maggio 1944, dal posto dove mi trovavo, nei pressi dell’accampamento militare, mi sorpresi nel notare l’assenza di particolari movimenti al suo interno. Tutto procedeva tranquillamente, nonostante l’allarme in corso, come se nulla fosse. Vidi, invece, giungere da molto in alto una piccola formazione di grossi aerei bimotori da bombardamento. Cinque o sei in tutto, uno avanti agli altri, che sembravano procedere lentamente, molto lentamente, data la grande altezza. Trovai rifugio rannicchiandomi in un fosso e rimanendo supino a pancia all’aria per non perderli di vista.
Bombardamento Pineta Macello Imola
Avevano gli ampi portelloni sotto la carlinga aperti. Da quello avanti a tutti uscì dalla coda, sbuffando, un filo di fumo, una sorta di fuoco d’artificio, che esplose in due palle di fumo bianco. A quel segnale, da tutti gli altri fuoriuscirono una smisurata quantità di bombe, che roteavano intorno a sé stesse prima di assumere una direzione verticale, leggermente obliqua. In un primo momento ebbi la sensazione che tutte fossero dirette nella mia direzione, effetto della grande altezza. Ma sembrava una semina. E non finivano mai di cadere. Una pioggia di piccoli mostri, che venivano giù abbattendosi sulla città. Ma proprio in quel momento fui distratto da una bizzarra apparizione. Non avevo mai visto una donnola. Ne avevo sentito parlare come del “terrore dei pollai” per gli effetti distruttivi che procurava negli allevamenti domestici delle case dei contadini. Uno strano animale, basso, tutto sinuoso, lungo sui 30 centimetri, sbucato all’improvviso da lì accanto dove mi trovavo, che si allontanava senza darmi tempo di meditare un istante sugli accadimenti di quel momento. Poi terrificanti le esplosioni, che si udivano provenire dal centro cittadino.
Mi recai subito, appena possibile, in quella direzione. Via Cavour, dove c’era un edificio distrutto, ancora fumante, attorno al quale lavoravano già numerose persone, fra cui emergevano i vigili del fuoco, prontamente accorsi dalla loro caserma, distante appena un centinaio di metri. Erano tutti affannati, intenti alla rimozione delle macerie e al recupero delle salme.
La cosa che fece una certa impressione fu l’apprendere, dai discorsi che venivano fatti nel momento, che in quell’edificio, di proprietà di un mastro muratore, la cantina era stata rinforzata con strutture di cemento armato proprio pochi giorni prima, a mò di rifugio antiaereo. Pertanto, essendo ritenuta la più sicura, aveva richiamato la ospitalità di un certo numero di persone, che purtroppo perirono assieme a tutti gli altri.
La cantina era stata centrata da una bomba a scoppio ritardato, tale da non lasciare scampo. L’unica caduta nelle vicinanze, sicuramente fuori traiettoria, per un perverso caso del destino. Alcune delle vittime apparivano schiacciate dalla forte pressione causata dallo scoppio. Ricordo il corpo di una ragazza adagiato sulla strada accanto alle macerie, che non presentava ferite visibili, e per la quale provai una particolare compassione; pensandola ancora viva fino a pochi istanti prima che avevano preceduto lo scoppio, e ora … tutto svanito in un istante. E non sembri vana retorica.
Un pensiero che mi porto dietro da allora. Nei giorni seguenti, la propaganda di allora trovò modo di attribuire la responsabilità della incursione alla persona di Claudio Montevecchi, un noto radiotecnico da sempre antifascista, secondo la quale sarebbe stato lui ad inviare precise indicazioni agli Alleati, tramite una trasmittente clandestina. Io lo conoscevo per via di una parentela acquisita e anche per essere stato mio insegnante di materie pratiche negli anni ’41/’43, quando frequentavo l’Istituto industriale “Alberghetti”. La voce veniva fatta circolare con insistenza. Pensavano di favorire una delazione, per arrivare alla cattura di un elemento ritenuto fra i più pericolosi. Ma la provocazione era così evidentemente strumentale, che la manovra non ebbe comunque alcuna conseguenza.
Sergio Raffuzzi

© Riproduzione riservata

Messaggio promozionale
Pubblicità