Indi è la prova che Cristo vince anche quando si perde

Può una bambina malata di otto mesi tenere con il fiato sospeso il mondo intero? Quando l’amico Pillon mi ha chiesto di entrare nel team legale di assistenza per la piccola Indi Gregory, mi sono tornati immediatamente alla memoria i volti di tanti piccoli martiri inglesi: Charlie Gard, Alfie Evans, Isaiah Haastrup, Archie Battersbee, tutti soccombenti rispetto al sistema eutanasico anglosassone. Per non parlare di Sudiksha, la ragazza 19enne che implorava (sì, implorava !) di vivere ed era conosciuta come ST in quanto vigeva un divieto di divulgazione del nome (gli inglesi sono rigorosissimi ad imporre secretazioni e non esitano a mettere sotto processo disciplinare gli avvocati che lo violino). E come non pensare alla piccola Tafida Raqeeb, che invece è salva, in Italia, addirittura in riabilitazione.
L’unica scampata a questa mattanza di innocenti, che dimostra come il suo, sarebbe stato un caso certo di eutanasia. Studiando la strategia per sfuggire alla logica ipocrita del best interest, mi rendevo sempre più conto che è in atto uno scontro tra un sistema bioetico utilitarista (quello inglese), per cui vali finché sei utile, produttivo e non crei imbarazzo al sistema, e il sistema bioetico personalista (cit. cardinale Elio Sgreccia) per cui tutta l’etica è improntata sulla grandezza e unicità di ogni singola persona. Uno scontro etico che, per la prima volta in modo netto, si è tradotto addirittura in un rigido confronto diplomatico – istituzionale tra stati membri della convenzione dell’Aja sulla protezione dei minori. Tuttavia non voglio tediare sugli aspetti legali, anche perché oramai a nulla serve. La piccola Indi, deceduta alle 1.45 del 13 novembre è tra le braccia eterne del Padre dei cieli e a nulla conta che la lettera del giudice Peel, in risposta al giudice italiano che chiedeva un “confronto” sul fatidico tema della giurisdizione sulla minore, sia arrivata a partita chiusa con tanto di macabri “cordiali saluti” finali. Il tema che mi scuote è ben altro in questo caso ed è quello espresso nel titolo. Scorrendo la stampa per ricostruire dei passaggi, mi ero imbattuto in una dichiarazione del padre di Indi Gregory (non credente): «In tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’Inferno (…) Non può esistere un Inferno senza un Paradiso e io voglio che Indi vada in Paradiso, per questo l’ho fatta battezzare». Secondo il mio punto di vista, in questo spaccato di realismo opposto al delirio che imperversava nelle aule di (in)giustizia, vi è la dimostrazione che Cristo Regna e vince anche quando si perde. È la traduzione pratica di quello che don Luigi Giussani, ne Il Senso Religioso definiva come “la moralità” di un uomo vero quando passa dall’impatto sentimentale all’affezione al destino vero delle cose e persone. In questo caso papà Dean vuole la salvezza eterna per Indi. Alla fine di tutto, possiamo comprendere che la vera Giustizia esiste. Ma non è qui.

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Avvocato Filippo Martini
Segretario Giuristi Per la Vita Membro associazione Valori e Vita


 

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