Restaurare chiese, casa di Dio e della comunità

Le nostre città cambiano, crescono, si trasformano, ma al loro interno si trovano edifici speciali che attraversano il tempo, sono gli edifici che rappresentato tutta la comunità: il palazzo comunale, la cattedrale, le scuole, l’ospedale ecc.
Tra questi edifici speciali chiese hanno una particolarità, senza alcuna “funzione pratica”, alcuna immediata concreta utilità, a differenza di tutti gli altri edifici utilizziamo quotidianamente che servono per attività concrete quali: abitare, lavorare, studiare, curarsi, divertirsi ecc.
Ma in ogni tempo ed in ogni cultura gli edifici di culto sono sempre stati posti al centro delle città perché essi sono il simbolo concreto nella pietra della insopprimibile domanda di significato che è nel cuore di ognuno di noi.
Per questo le chiese “edifici inutili” attraversano il tempo e portano intatte il fascino di questa grande domanda, per questo sono edifici dedicati a Dio ma che appartengono a tutti, rappresentano tutti, anche chi non ne condivide il credo religioso. Per lavoro ho spesso restaurato chiese e luoghi di culto e posso dire che è un’esperienza speciale e bellissima perché si lavora su edifici che rappresentano la comunità, edifici identitari, edifici di tutti.
Quando restauro una chiesa mi sento investita di alcune particolari responsabilità.
La prima responsabilità è verso l’edificio stesso, antico e prezioso, che ha attraversato i secoli ed è testimone della vita degli uomini del passato. Il restauro. Il lavoro sugli edifici esistenti per me è un’attività “omeopatica” è un “rammendo” come lo ha definito Renzo Piano; piccoli e grandi interventi rispettosi della natura del fabbricato, dei materiali e metodi costruttivi propri del luogo, spesso diversi da quelli attuali.
Nel restauro ci si muove in punta di piedi, cercando di non tradire mai lo spirito originario dell’edificio che si ha tra le mani, con l’intento di allungargli la vita, di aiutarlo a sfidare ancora il tempo.
La seconda responsabilità che sento è verso la comunità, o il paese a cui appartiene la chiesa da restaurare, verso le persone che quel luogo lo amano e lo frequentano. Necessariamente il restauro o la ristrutturazione di una chiesa è sempre un’esperienza partecipata con il parroco e le persone di quella comunità, nasce sempre da un dialogo.
Ho sperimentato più volte che quando si prospetta una trasformazione, un cambiamento tutti sentono il diritto di esprimere un parere favorevole o contrario, perché quel luogo è loro, è la casa della comunità.
Questa fase di ascolto e di conoscenza è importante per comprendere il luogo e quindi utile per il successivo lavoro di studio.
Inoltre vorrei sottolineare un ultimo aspetto: lavorare per un luogo che è la casa di tutti investe le persone che vi lavorano di una particolare responsabilità, si comprende che si sta facendo una cosa importante, che si ha tra le mani un edificio da trattare con grande rispetto.
L’edilizia è per definizione un’opera corale dove si fa quotidianamente l’esperienza concreta che noi siamo nati per trasformare la realtà, per continuare l’Opera della Creazione.
Nei cantieri questa cosa si tocca con mano, la realtà si trasforma davvero ogni giorno, gli edifici crescono o vengono risanati davanti ai nostri occhi, cambiano sotto le nostre mani, con il nostro lavoro.
È un’esperienza bellissima, che accomuna persone diverse per nazionalità, genere, età anagrafica, livello di istruzione, credo religioso. Nei cantieri costruire insieme, fare insieme, trasformare in meglio quel piccolo pezzo concreto di realtà che ci è stato affidato non è una parola, è un fatto, è un’esperienza quotidiana; questo fa si che il lavoro sia davvero corale, di tutti.
Quando completiamo il restauro di una chiesa e la restituiamo, più bella e più sicura alla comunità, io davvero non so dove finisce il mio lavoro e comincia quello di chi ha progettato le strutture o gli impianti, dell’operaio che ha concretamente posato i mattoni, del falegname del pittore.
Tutti insieme restituiamo alla parrocchia, al quartiere, alla città la casa di Dio che è anche la nostra casa.

Raffaella Manaresi,
architetto