Scuola, tra vecchi e nuovi disagi

Premetto che il mio osservatorio è limitato, restringendosi in fondo agli studenti di alcune classi nelle quali insegno, alle mie figlie e ai loro amici, alle informazioni di seconda mano di colleghi e conoscenti, nulla che permetta di formulare ipotesi generali. Però. Però ho avuto occasione di chiedere, di parlare, e dal confronto personale, del tutto qualitativo, mi sono convinto che questo regime di scuola, che ha lasciato per la parte prevalente del tempo gli studenti nelle loro case, ha davvero peggiorato il loro stato di salute, che non va identificata, come ancora spesso si usa, con il buon funzionamento della meccanica del corpo, ma va allargata alla dimensione della psiche, dell’anima che quel corpo abita. Andrea mangia troppo e Francesca troppo poco, Letizia non riesce a dormire e Matteo ha attacchi di panico, Sara invece si taglia; i nomi sono inventati naturalmente, ma danno corpo, vita ai numeri delle statistiche. Alcuni, tanti, si sono abituati alla loro tana, ed ora temono di uscirne.
Perché la Didattica Digitale Integrata – questo il nome, secondo la buona abitudine della nostra burocrazia di nobilitare a parole ciò che non lo è di fatto – ha una sua confortevolezza, una comodità corruttrice alla quale si finisce per abituarsi, come ci si abitua a tutto. Senza discutere le scelte politiche che hanno determinato la chiusura così prolungata delle nostre scuole – non così è accaduto in tutti i Paesi colpiti dalla pandemia, ma non saprei andare oltre questa constatazione – la riflessione che questa esperienza mi suggerisce è che ha mostrato i pregi ma anche i limiti della scuola. Non ha creato il disagio, quello nella scuola c’era anche prima, ma l’ha certamente esteso e reso più acuto. Osservo come ho reagito io, docente, in questa situazione “straordinaria”: ho temuto che gli studenti copiassero – si sa, gli studenti copiano – e sono divenuto sospettoso, prevenuto, forse vessatorio, sicuramente irrispettoso. E poi mi sono preoccupato del programma – il programma! lo spettro che s’aggira ancora nella scuola italiana -, e quindi della valutazione, perché bisogna avere dei numeri da scrivere sul registro. Ho trascurato quello che probabilmente più di altro avrei dovuto fare: tenere bene a mente che mi era stata affidata la cura “culturale” di persone che avevano particolare bisogno di parole che dessero senso, e non otri vuoti da riempire, lo volessero oppure no. In definitiva, ho contribuito a creare disagio. E forse, se la mia intuizione è corretta, è ciò che sempre faccio quando lascio che il ruolo di professore, sclerotizzato, prenda il sopravvento sulla persona che cerca di consegnare a dei giovani – persone anch’esse – un’eredità di conoscenze dotate di senso. Questo l’interrogativo che questa esperienza di lontananza / presenza tecnologica mi lascia, e che si proietta oltre il periodo dell’emergenza: mi chiedo se la macchina della scuola continui la sua marcia, ma abbia smarrito la direzione, come tanti altri aspetti della realtà in cui viviamo, e se questa assenza di senso sia una delle cause profonde di quel disagio che oggi, forse con eccessiva sbrigatività, attribuiamo alla Didattica Digitale Integrata.

prof. Giulio Santagada
Liceo statale G. R. Curbastro – Lugo