Il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno, è diventato un mantra che bisogna ripetersi ogni mattina quando ci si alza per andare a “lavorare”, a cercare di “lavorare”, a fare ciò che ci è permesso di fare in questo momento storico che può essere descritto con molte parole, ma non lavorare. Personalmente in tutto questo precipitare di eventi mi sento un fortunato, un privilegiato, ho avuto la possibilità di canalizzare le energie e le motivazioni sullo studio e sulla piccolina di casa, mi sono goduto i suoi primi passettini, le sue prime parole, ho trascorso in famiglia tempo e situazioni che diversamente avrei trascorso al Grillo. Ragion per cui non voglio cadere nella trappola del lamento a qualsiasi costo, un atteggiamento fin troppo fastidioso che emerge in maniera evidente soprattutto nei social network, pubblica piazza dove tutti hanno il dono dell’onniscienza. Che fastidio. Non voglio entrare in considerazioni politiche, per le quali non ho competenze, addirittura mi sono imposto di non seguire più telegiornali e di ridurre le fonti di informazione, limitandole al minimo indispensabile…
Quale colore è stato sorteggiato alla tombola, a che ora possiamo aprire, a che ora dobbiamo chiudere, che tipo di servizio possiamo offrire… Basta così, ne va della mia salute mentale a beneficio di qualche ora di sonno, perché si dorme poco, molto poco, troppo poco. Non credo di sbagliare affermando che chi come me è esposto in prima persona nel lavoro abbia un numero considerevole di ore di sonno arretrato, passate a cercare di capire come fare per pagare gli stipendi, le utenze, gli affitti, le tasse che arriveranno (perché arriveranno) e chi più ne ha più ne metta… senza mai perdere la speranza di poter presto tornare semplicemente a lavorare, perché se perdiamo anche la speranza non ci rimane molto. Questa speranza che negli ultimi mesi sta assumendo la forma di una bella carota legata davanti al muso dell’asino, tanto desiderata quanto irraggiungibile. Oramai ogni decisione presa dall’alto è stata commentata e criticata abbondantemente per cui non ho modo di arricchire inutilmente o di contribuire con idee innovative o iniziative illuminanti, però mi piacerebbe avere un chiarimento: quanto è legittimo imporre ad una attività l’adeguamento del software del registratore di cassa per obbligarlo a partecipare alla fantomatica “Lotteria degli scontrini”? Quanto è etica l’introduzione di un nuovo gioco quando la tendenza dovrebbe essere quella di combattere la dipendenza da questi? Secondo quali principi si è stabilito che questa iniziativa non porti ad una forma di dipendenza? Ma soprattutto: ne avevamo davvero bisogno? Io non ho trovato nessuna logica in questo senso, ma cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno, sperando di colmarlo al più presto, perché questa carota sembra sempre più lontana e la città è sempre più triste, buia e silenziosa.

Filippo Morara
titolare del bar Grillo di Imola