Dante, Benvenuto e il crepuscolo dell’umanesimo

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Chiunque, oggi, per mestiere, debba tentare di insegnare discipline umanistiche, perlomeno a livello scolastico, tocca con mano la sordità della nostra epoca ai valori dello spirito. E forse, tutto sommato, è quasi un bene, o se non altro un destino inevitabile, che quel millenario, ormai fatiscente edificio di sapere e sapienza sia abbandonato alla polvere. Per giovani destinati comunque a galleggiare per il resto della vita sulla livida melma della società di massa, poesia e filosofia sono forse un lusso inutile, o una grama consolazione. «Chi accresce il sapere, aumenta il dolore», dice la Scrittura. Forse, per gli studenti, impedire a un insegnante di parlare è anche una forma di autodifesa. Dante ci è ormai divenuto straniero. Nessuno (e non parlo solo dei ragazzetti) lo capisce più (eccezion fatta forse per una superficiale conoscenza di tre o quattro canti dell’Inferno). Se ancora sopravvive, per quanto deturpato, lo si deve più alle storpiature di qualche irritante e politicizzato istrione che al serio lavoro degli studiosi. Forse, in quest’epoca di nuovo, e peraltro spesso fallace, razionalismo, torna attuale il giudizio di Voltaire, che in Dante vedeva più «bizzarria» e «stranezza» che bellezza e poesia: «On ne lit plus le Dante dans l’Europe, parce que tout y est allusion à des faits ignorés». Il nostro mondo non è il suo; egli allude a figure ed eventi per noi remotissimi, marginali, minimi, oscuri. Ma proprio per questo non sarebbe, in teoria, privo d’interesse leggerlo sotto la guida di Benvenuto, così vicino allo spirito e al clima dell’originale (tanto che dice di essersi logorato, di essere divenuto anche lui «per molt’anni macro», nella stesura del commento, proprio come Dante in quella del poema). «Intelligere est intus latentia legere»: comprendere è scorgere ciò che si trova «intus», nelle profondità di un testo, al di là della superficie. «Ipse est mare inundans, undique venientium indigentias replens affluenter et copiose»: Dante è un debordante mare che non lascia inappagata la sete di conoscenza di chi vi si inoltra. Tutti le musiche e le armonie del cosmo, in veste di splendide fanciulle, si presentarono alla mente del poeta («omnes rhytmi mundi presentarunt se conspectui eius tamquam pulcerrimae domicellae»), chiedendo di essere accolte nella sua opera; ed egli non seppe dire di no a nessuna, e tutte le accolse nella sua sconfinata e variopinta reggia di parole. Ma a chi interessa, oggi, sinceramente, tutto questo? A poche centinaia di persone in tutto il mondo (forse). Non si può che piangere sulle ceneri dell’umanesimo; sulla sua lenta e quasi dolce, pietosa eutanasia. Ma in fondo non può essere musica anche il pianto, anche il lamento poesia, per quei pochissimi ancora disposti ad ascoltarli?

Matteo Veronesi