C’è ricchezza nel territorio?

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Sommerso dai numeri della congiuntura economica che stiamo vivendo o per meglio dire dai dati della scalata che stiamo affrontando per superare questa crisi inizialmente solo sanitaria, mi sono posto a lungo le domande “Cos’è la ricchezza economica? C’è ricchezza a Imola? Se sì, saremo in grado di preservarla e perpretarla?”. Le lacune di macro-economia mi hanno indotto in un banale errore, cioè a pensare che la ricchezza corrispondesse alla circolazione del denaro. Ci ha pensato il professor Omar Ottonelli, tra le altre cose uno dei più attenti conoscitori del pensiero economico di Amintore Fanfani, a mettermi sulla giusta strada, dopo che gli avevo posto l’assillante quesito. «Non ti confondere caro Luca – ha esordito l’amico insegnante – perché denaro e ricchezza sono due cose diverse. Il tuo errore assomiglia a quello dei mercanti, tipico nel ‘600-‘700, quando si credeva che la ricchezza corrispondesse alla quantità di moneta ovvero alla quantità d’oro. Atteggiamento emblematico degli spagnoli che, dopo aver scoperto e depredato il Sud America di tutto l’oro che potevano prendere, erano convinti di esser diventati ricchissimi. Salvo poi scoprire nel tempo che non era così». La moneta infatti è solo un mezzo, un velo con cui si copre la reale ricchezza. In altri termini si potrebbe affermare che le banconote sono semplicemente pezzi di carta che servono per agevolare il baratto. Dunque la vera ricchezza è e resta il fondo materiale che c’è sotto, ovvero il prodotto, il servizio, la consulenza, la capacità di innovare e dare risposte alle persone/clienti. Per trovare poi una risposta a queste mie domande poi mi sono addentrato nell’area industriale imolese, parlando con alcuni amici imprenditori. Ne è emerso un quadro che non saprei dire se è rassicurante o meno, lascio a voi deciderlo. Questo territorio ha un’importante storia e vocazione manifatturiera grazie anche alla basi, tutt’oggi presenti, per continuare a sviluppare questo settore. Le basi ci sono perché ci sono le le infrastrutture, i contatti con l’estero, la forza lavoro, la finanza, le competenze. Ma tutto ciò non è eterno, anzi va alimentato con un ingrediente fondamentale che sta venendo meno: la “fame” di arrivare, di raggiungere traguardi, di fare sacrifici, di inventare e innovare. Soprattutto nella generazione dei 30-40enni, che dovrebbe lanciarsi in avventure imprenditoriali, mancano queste caratteristiche e nel medio termine il territorio ne risentirà in negativo. Lo smart working e la cassa integrazione sono puntelli che aiutano in un determinato periodo ma non devono e non possono diventare l’abitudine. E’ fondamentale riscoprire al più presto l’importanza del lavoro di gruppo e di fare squadra assieme, in presenza. Serve quindi uno scatto di orgoglio e una presa di coscienza che si basi sui bisogni delle persone e dei clienti per rispondere con nuovi prodotti. La domanda infine può anche essere creata, ma ci vuole l’innovazione e il coraggio di lanciarsi in nuove sfide.

Luca Salvadori