«Si riparte tra vecchie e nuove emergenze»

160

L’emergenza sanitaria globale ha colpito duramente il nostro Paese e ha portato la nostra scuola a vivere la grande sofferenza della chiusura prolungata dell’attività didattica in presenza, per oltre tre mesi. A parte l’esame di stato della secondaria di secondo grado, svolto in presenza con modalità profondamente diverse dagli anni precedenti e secondo tutte le norme di sicurezza, l’attività didattica è ancora bloccata e la ripartenza, in presenza, è prevista solo dal prossimo settembre. Questi sono i giorni delle decisioni e delle discussioni su come sarà la ripartenza, ma prima di entrare nel merito occorre fare una riflessione sulla situazione della nostra scuola, situazione che la crisi ha riportato all’attenzione generale, evidenziando tutti i problemi che già da molto tempo erano noti. Didattica e nuove tecnologie È stata una fortuna che le scuole avessero avviato, già da diversi anni, l’uso delle tecnologie e la digitalizzazione nella didattica, anche se non in tutte le scuole e in tutto il Paese. Una grande spinta era arrivata con il Piano nazionale scuola digitale (2014/15), nell’ambito della riforma (tanto avversata) della Buona scuola (governo Renzi) che, sia con l’erogazione di risorse alle scuole, sia con importanti e diffusi piani di formazione, ha consentito alle scuole di dotarsi di strumenti e al personale delle competenze necessarie, innovando il modo di fare scuola. Così che, nel drammatico momento della chiusura, è rimasto presente e vivo il contatto, aperta la connessione e mantenuta quella relazione umana che, seppur a distanza, ha dato agli alunni, in misura minore ai bambini, la percezione che la scuola non era affatto terminata. I dirigenti, i docenti si sono impegnati da subito a mantenere vivo il servizio di istruzione. La didattica a distanza non sostituisce la scuola della relazione educativa in presenza, ma senza la didattica a distanza ci sarebbe stato un tragico vuoto. Scandaloso, poi, che ci siano state rivendicazioni sindacali strumentali contro il ministero che con intelligenza ha legittimato e reso istituzionale una pratica che è il risultato della grande professionalità dei dirigenti e della gran parte dei docenti e del personale della scuola. Lasciamo perdere chi non vuole riconoscere l’importanza dell’uso delle tecnologie e vive nel rimpianto della scuola che fu e oggi invita a mettere da parte la didattica che si avvale delle tecnologie, per ritornare all’esclusiva didattica in presenza, come fosse possibile escludere quella che si è dimostrata una straordinaria opportunità! La necessità di usare le tecnologie, la digitalizzazione della didattica hanno dimostrato, ce ne fosse stato ancora bisogno, che la didattica tradizionale basata sulla lezione, poi memorizzazione, poi ripetizione non ha più alcuna efficacia perché l’apprendimento non può più consistere esclusivamente nella memorizzazione di contenuti: l’apprendimento consiste nel sapere e nel saper fare, ciò che è indispensabile nel mondo attuale. La crisi ha messo in evidenza l’esigenza assoluta della formazione dei docenti, del superamento dei vecchi modelli di didattica, della necessità di un reclutamento dei docenti che non consista più nello scorrimento di graduatorie fatte per titoli, o per assunzione senza concorso, o da concorsi burla che sono veri e propri condoni. Va profondamente riformato il sistema di reclutamento non solo dei docenti ma anche dei dirigenti che oggi sono chiamati a organizzare e dirigere un servizio importantissimo ed estremamente complesso quale è il servizio di istruzione. Edifici scolastici L’emergenza ha riportato alla luce la grande questione dell’edilizia scolastica del nostro Paese, puntando i riflettori sugli spazi all’interno dei quali si dovrà garantire, alla ripartenza, la distanza di sicurezza tra alunni, studenti, docenti, personale. La questione della sicurezza era comunque, già prima della pandemia, emergenza. Quanti episodi anche drammatici di controsoffitti, delle aule di vecchi edifici, o di edifici mal ristrutturati, che sono crollati rovinosamente e hanno messo in pericolo gli studenti o addirittura causato giovani vittime! Edifici privi dei requisiti di sicurezza e delle certificazioni che ne garantiscano la regolarità d’uso, rispetto ad incendio o sisma. Aule piccole, con arredi, vie di fuga e infissi inadeguati. Numeri di alunni o studenti per classe spesso oltre il limite consentito, soprattutto nelle città o nei grandi centri. Da anni i dirigenti denunciano questa situazione anche perché, in quanto dirigenti dello Stato e datori di lavoro, su di loro ricade la responsabilità della sicurezza per tutte le persone che entrano nella scuola. La crisi pandemica allora deve essere occasione per una ripartenza fatta di investimenti per l’edilizia scolastica: nuovi edifici per nuovi ed efficienti ambienti di apprendimento, messa in sicurezza e adeguamento degli edifici esistenti, per tutti i rischi che potranno presentarsi. Le linee guida per la ripartenza dell’attività didattica a settembre sono appena state emanate e sottoscritte dal tavolo Stato-Regioni, definiscono procedure e comportamenti che dovranno garantire la sicurezza di alunni, studenti e personale, dichiarano che saranno acquisite le esigenze delle scuole, ad esempio gli spazi necessari per poter poi mettere a punto, da parte degli enti locali e delle amministrazioni provinciali, gli interventi per reperirne altri. Nelle linee guida si afferma che si terrà conto degli incrementi del personale ed è poi previsto l’investimento di risorse economiche per un miliardo, in aggiunta a quanto già stanziato. Ci sono le buone intenzioni ma il tempo è poco e il lavoro da fare è davvero molto. Organizzazione e gestione Il sistema scuola è diventato negli ultimi trent’anni sempre più complesso, come sono diventate sempre più complicate l’organizzazione sociale, la società, il mondo del lavoro. La scuola è una pubblica amministrazione e oltre ad una cronica inefficienza segnalata ripetutamente anche per molti servizi pubblici ha una sua specificità che consiste nell’assoluta impermeabilità rispetto ad ogni riforma, varata da ogni governo. Destra, sinistra, centro, i governi non sono mai riusciti a portare a termine, a concludere un processo, un percorso che potesse consentire una valutazione successiva di quanto avviato e mai completamente realizzato. Nessuna riforma ha concluso il suo percorso in forma completa! Convivono, per la scuola, e si sovrappongono leggi, regole, norme, procedure che appartengono al sistema di 50 anni fa e che non hanno alcuna corrispondenza con gli attuali percorsi scolastici, con leggi, regole, norme e procedure organizzative e gestionali, recenti e attuali, che contrastano anche apertamente con le precedenti, ciò che crea continui cortocircuiti oltre a conflitti giuridici e amministrativi che rallentano, rendono inefficiente e paralizzano la vita delle scuole. L’organizzazione e la gestione delle scuole sono affidate dalla legge al dirigente ma le scelte organizzative gestionali, per le quali poi lo stesso dirigente dovrebbe essere valutato per i risultati, sono spesso ostacolate dallo stesso reiterato atteggiamento oppositivo, portato avanti contro le riforme, da parte delle organizzazioni sindacali, ancora e sempre ideologicamente schierate per l’assemblearismo, per la scuola assistenzialista che non mette al centro gli alunni e gli studenti, ma una scuola che riproduce se stessa, vecchia e inefficiente, che rifiuta persino la formazione obbligatoria del personale (pur sancita dalla legge), la differenziazione delle carriere dei docenti, la valutazione del personale docente, fino ad arrivare al rifiuto antagonistico del controllo degli apprendimenti di alunni e studenti per misurarne il livello degli apprendimenti, ciò che la scuola del Paese deve poter conoscere per garantirne gli interventi migliorativi da mettere in campo. A settembre si deve ricominciare ma è certo che la precarietà della situazione attuale dovuta alla crisi sanitaria, dalla quale non saremo ancora usciti, metterà ancor più in evidenza queste contraddizioni e questi problemi irrisolti e sarà molto dura lavorare in una situazione che aggiunge difficoltà nuove alle difficoltà croniche.

Lamberto Montanari,
vicepresidente Associazione nazionale dirigenti pubblici
e alte professionalità della scuola (già Associazione nazionale presidi)