Cultura e pandemia

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Come molti aspetti delle vite di tutti negli ultimi mesi, la cultura, nel senso più ampio del termine, è rimasta in pausa. Coscienziosamente, per evitare danni ancora più gravi di quelli che siamo già costretti a contare, tutto ciò che non era ritenuto strettamente necessario – si può discutere nel merito della necessità di alcuni servizi – è stato messo da parte per un po’. Niente scuola per bambini e ragazzi, niente biblioteche, niente cinema e teatri. Poi, sul piano nazionale, la cultura è stato il primo vessillo ad essere sbandierato quando si è cominciata a vedere la luce in fondo al tunnel. Tra i primissimi esercizi a cui è stata consentita la riapertura già a metà aprile ci sono state le librerie. Una scelta tanto simbolica quanto miope. I lettori sono, di fatto, una minoranza, per quanto a me personalmente cara. Soprattutto, però, l’acquisto di un libro ha dinamiche, tempi e modalità ben diverse dai servizi essenziali come, ad esempio, la spesa alimentare. Quest’ultima, la si può cercare di fare, lista alla mano, nel minor tempo necessario se si vuole cercare di fare un favore a chi aspetta in fila fuori dal negozio. Il libro, a chi piace, va scelto, sfogliato, meditato, forse anche letto in parte, prima dell’acquisto. Infine ora, che la luce parrebbe di vederla quasi tutti, la cultura è rimasta indietro. Istituti bibliotecari e archivistici faticano e faticheranno ancora per settimane, se non mesi, a garantire le norme di sicurezza richieste; altri, più maliziosamente, si barricano dietro a queste e continueranno a farlo. Per eventi (musicali, sportivi) d’aggregazione si accumulano rinvii e annullamenti, chissà per quanto, tranne laddove gli interessi economici sono tali da vincere qualsiasi ragionevole resistenza. Per le scuole e le università si progetta già un futuro digitale, dalle preoccupanti tinte spersonalizzanti ed elitiste. Va poi assolutamente ricordato che il settore della cultura nel senso più generale è fatto di tanto, tantissimo, lavoro precario, malformazione su cui è costantemente richiamata l’attenzione, ma che resta cronicamente irrisolta. Lavoro che ora rischia, se non lo ha già fatto, di scomparire. Tra tanti messaggi ottimistici di ripartenza e rinascita che ci inondano in questi giorni non bisogna perdere di vista quei settori e quegli aspetti che ancora devono riemergere dal momento di crisi. Il picco dell’emergenza, per la cultura, pare essere finora tutt’altro che alle spalle

Giacomo Mariani