Sotto i decreti niente (o quasi)

114

Anche nei nostri territori cresce il disagio di molte piccole e medie imprese per i contenuti e i criteri di distribuzione delle risorse stanziate da Governo e parlamento con le recenti norme anti pandemia. Tre esempi tra i molti possibili. L’art. 5, comma 6, del decreto legge Cura Italia ha destinato 50 milioni di euro di contributi a fondo perduto per rimborsare le aziende dei costi sostenuti per acquistare mascherine e altri dispositivi di protezione individuale per i propri dipendenti. Buona iniziativa. Modalità di ottenimento è quella cosiddetta a sportello: per i non addetti ai lavori significa che sono stati rimborsati per intero i primi che hanno inserito la domanda nell’apposito sito internet, fino all’esaurimento della somma stanziata. Risultato: richieste per oltre un miliardo di euro, ottiene il rimborso chi è riuscito a inserire la domanda nei primi due secondi (sì, proprio secondi) dopo l’apertura dello sportello informatico. A tutti gli altri niente. Un effetto lotteria irridente e insultante per le imprese. Un po’ come entrare in una stanza di ospedale con molti malati, andare da ciascuno e dire: Ecco la medicina, ma visto che basta solo per uno o due tiriamo a sorte per decidere a chi tocca! Si dirà che non c’erano soldi per tutti e quindi occorrono criteri di selezione. Comprensibile. Ma incomprensibile che l’unico criterio escogitato sia la più totale casualità, se non pensando che in questo modo ci si libera dall’onere di decidere e valutare con criteri di merito, che implicano competenza e assunzione di responsabilità. L’art. 25 del decreto legge Rilancio prevede un contributo a fondo perduto per le imprese il cui fatturato di aprile 2020 sia calato di almeno un terzo rispetto a quello di aprile 2019. Lodevole l’intenzione, pessimo il criterio. Per una piccola impresa basta che l’anno scorso si sia emessa una fattura un giorno prima o un giorno non dopo per non farla rientrare nel fatturato da paragonare e lo stesso vale per aprile 2020. Anche qui un effetto casualità e lotteria, senza contare che ciò che si fattura ad aprile (sia 2019 che 2020) è relativo a lavori eseguiti prima di quel periodo (chi lavora fattura dopo avere concluso il lavoro, non prima) e quindi il fatturato di aprile 2020 è il frutto di attività precedenti; l’effetto paradossale è stato che molte Pmi pesantemente penalizzate dalla pandemia hanno fatturato in aprile 2020 più che nel 2019 e quindi sono escluse dal contributo. Possibile che un criterio così elementare sia sfuggito al legislatore? Infine la cassa integrazione, che pare si sia deciso di prorogare sino a dicembre 2020 (con una spesa di circa 20 miliardi), mantenendo il blocco dei licenziamenti. Lodevole l’intenzione, ma pessima la prospettiva di fondo da cui questa scelta deriva. Destina una quantità enorme di risorse a sostenere imprese che non lavorano (perché se hanno i dipendenti in cassa integrazione sono chiuse). Ma l’Italia riparte se le imprese ripartono, non se restano chiuse. Certo c’è il dramma dei dipendenti che possono perdere il posto di lavoro, ma se rinvio il problema senza approntare misure reali di sostegno per la ripresa (NON vedi sopra) non faccio scelte strategiche, ma solo di piccolo cabotaggio tattico.

Andrea Ferri
Direttore Il Nuovo Diario Messaggero