La scuola che verrà

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Parlare di scuola in questo particolarissimo periodo è delicato e rischioso: da un lato perché la situazione attuale è, se non completamente inedita, quantomeno priva di pietre di paragone significative; dall’altro per il fiume di pareri, articoli, scritti, parole versati sull’argomento che ormai hanno sentenziato tutto e il suo contrario. La scuola inevitabilmente in questi mesi, come la maggior parte delle attività umane, si è dovuta trasformare, adattare a un contesto governato dal distanziamento e dalla segregazione, ma non si è mai fermata, come prescritto tra l’altro dagli allegati ai vari Dpcm, che hanno sempre inserito l’attività Istruzione tra le essenziali. In pochi giorni, dal 24 febbraio in Emilia Romagna, il baricentro si sposta, dall’aula alle case, l’equilibrio deve essere ripensato, inizia l’epoca della didattica a distanza, concetto fino a quel momento etereo e riservato a corsi particolarmente innovativi. In pochi giorni si affastellano comunicati ministeriali che disegnano scenari nuovi, con altri tempi e in altri contesti si sarebbe parlato di rivoluzione copernicana, ora improvvisamente è necessità e non rimane neanche il tempo di teorizzare e organizzare, semplicemente si parte. Il personale scolastico si mobilita con una velocità non ipotizzabile a priori, studentesse e studenti rispondono a tono: videoconferenze, videolezioni, piattaforme digitali diventano prassi quotidiana, la scuola esce dalle aule ed entra nelle case, che proiettano immagini inedite di persone che fino a quel momento si erano viste in uno spazio neutro e professionale. Il conto della pandemia in termini umani e sociali è altissimo, la scuola è soprattutto palestra di comunità e di convivenza civile (in gradi diversi a seconda dell’età, ma sempre fondante), la costituzione del gruppo classe è una priorità in ogni Progetto Educativo e difficilmente si può garantire a distanza questo lavoro portato avanti dai docenti in maniera continua e spesso silente sulle dinamiche relazionali e sulle competenze civiche, croce e delizia della Scuola Italiana da almeno mezzo secolo. Il confronto, dato ormai per concluso l’anno scolastico in corso, si è inevitabilmente spostato sulla ripartenza di settembre 2020: pochi giorni fa, 28 maggio 2020, è uscito dal Dipartimento della Protezione Civile un “Documento Tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico”. Viste le necessità prioritarie alla base della rimodulazione prevista, credo che il compito dei professionisti dell’istruzione non sia commentare la supposta positività o negatività della “scuola rimodulata”, ma realizzare il fondamentale obiettivo affidatoci dalla Costituzione nelle condizioni date, questa non è la scuola che vogliamo, è la scuola che abbiamo. Nello sterminato dibattito che sta investendo la scuola che verrà mi preme sottolineare un tema tra tanti: le risorse umane e materiali. Le risorse umane sono e saranno la spina dorsale della Scuola (non solo italiana e non solo della Scuola). Serviranno sicuramente investimenti considerevoli, sia nell’assunzione di nuove leve, le relazioni tecniche ci restituiscono il dato di 1 insegnante ogni 3-15 discenti a seconda dell’età, con un processo di selezione che dovrà essere garanzia di una istruzione di qualità, sia nella valorizzazione delle risorse esistenti, capitalizzando le innegabili conquiste e il preziosissimo lavoro di proficuo scambio e mutuo aiuto tra docenti di questo periodo. In termini di risorse materiali il focus non può che essere sugli spazi necessari alla didattica in base ai contorni sempre più netti degli scenari di un futuro prossimo, considerando comunque che non esistono ad oggi certezze inossidabili sulle condizioni nei prossimi mesi: nella migliore delle ipotesi attualmente sul piatto si stima un fabbisogno almeno doppio rispetto alle aule attualmente in uso, anche considerando un uso massiccio della sempre più diffusa educazione all’aperto. La necessità di reperire spazi ulteriori rispetto a quelli dell’apprendimento formale porterà immancabilmente alla cessione della sovranità anche a luoghi e professionalità finora “relegati” agli apprendimenti informali e non formali in un’ottica di sussidiarietà e complementarietà: dal banco legato a filo doppio alla obbligata frontalità a un sistema misto che preveda palestre, parchi, aziende, teatri, case. Nessuno dice che sarà facile né perfetto, potrebbe semplicemente costituire l’unica opzione disponibile, il famoso “piuttosto” del detto milanese.

Gian Maria Ghetti
Dirigente Istituto Scarabelli – Ghini