È una «giramondo col cuore in acqua». L’acqua, il suo elemento, è ciò che, in questi giorni di isolamento forzato, le manca di più.
Ex nuotatrice agonista, specialista dei 200 farfalla, Sara Franzini Gabrielli è oggi una event manager di manifestazioni sportive, non ultime le Universiadi di Napoli 2019. Ventisette anni, nata a Castel San Pietro Terme, cresciuta sportivamente all’Imolanuoto, per cui gareggia ancora con i master, Sara vive a Roma, dove insegna Sostenibilità «in inglese» alla Rome Business School e collabora con la Federnuoto «per l’organizzazione dei Mondiali di salvamento in programma a settembre a Riccione». Al momento, però, è tutto fermo. «Stiamo cercando di capire quando e se saranno recuperati. Nell’attesa, oltre a lavorare in smart working, mi tengo aggiornata seguendo corsi online di excel avanzato e di project e social media management».

Non sa cos’è la noia…
«Le giornate scorrono, lavorare tanto aiuta. E, quasi ogni sera, mi connetto via Skype col mio allenatore dell’Imolanuoto, Davide Cantagalli, per un’ora di esercizi smart».


Nonna Lucy ha una marea di ricette… Così, quasi per gioco, le ho proposto di realizzare qualche diretta Facebook. Ora è un appuntamento fisso e seguitissimo. Il suo modo di fare spontaneo piace

Le manca la famiglia?
«Certo. Ma ho scelto io di non tornare a casa. Farlo avrebbe significato due settimane obbligatore di quarantena a Castel San Pietro e altrettante una volta tornata a Roma. In più, con nonna Lucy ai fornelli, avrei rischiato seriamente di mettere su 30 chili».

Nonna Lucy, ormai, è una star dei social.
«Ha una marea di ricette. Tempo fa ha iniziato a scriverle in un quadernino, con una scrittura, a dirla tutta, abbastanza incomprensibile. Così le ho proposto di realizzare dei video, dei tutorial. Quando è iniziata l’emergenza, ci è venuta l’idea di fare qualche diretta Facebook. Un po’ per gioco, un po’ per scherzo – per me era una scusa per vederla, sentirmi a casa e per imparare a mia volta a cucinare – le dirette hanno preso piede. Mia sorella ha le credenziali del mio profilo e si occupa del collegamento e delle riprese».

Un successo.
«Ricevo tantissimi messaggi e foto da colleghe, amici o follower sui social che raccontano di aver provato la ricetta della piadina o dei muffin di nonna Lucy. Ormai è diventato un appuntamento fisso, anche se non c’è ovviamente un piano editoriale. Quando la nonna ha un’idea, coinvolge me e mia sorella e partiamo. Nelle sue ricette, più che i 100 grammi di farina o i 20 grammi di lievito, la parola chiave è “ad occhio”. Però vedo che il suo modo di fare spontaneo piace. Così come il prodotto finale. Mia mamma, lavorando in ospedale come dirigente infermieristico a Castel San Pietro, porta spesso torte o biscotti che la nonna prepara in abbondanza. Torna sempre a mani vuote…»

Qualche anticipazione?
«Nelle prossime dirette proporremo torta di mele e tortelli con stracchino e pollo».

Torniamo al suo lavoro. La parola chiave è sport.
«Sono una event manager di manifestazioni sportive. Nel 2018 ho seguito i social network per gli Europei di nuoto e pallanuoto a Glasgow. Nel 2019 ero nell’organizzazione delle Universiadi di Napoli. Ho lavorato anche come project manager per la Federazione italiana tennis tavolo. Mi definisco una consulente intercambiabile, duttile e malleabile, come si diceva a scuola».

Un po’ come settore primario, secondario e terziario in geografia.
«Mi adatto alle diverse situazioni. Durante la laurea magistrale, ho portato avanti una ricerca sullo sviluppo degli eventi sportivi in modo sostenibile e mi sono addentrata nel mondo delle manifestazioni a 360 gradi. Il format è sostanzialmente lo stesso, sia un’Olimpiade o il meeting della parrocchia. Cambiano i numeri, ma la base di partenza è identica. Come in una fiera ti devi occupare della gestione degli stand, ad un’Universiade di quella di 18 sport e di tutto ciò che ruota attorno: sicurezza, accrediti, biglietti, medici, trasporti, accoglienza… Questo è un lavoro che dà l’opportunità di conoscere nuove persone, ma devi essere in grado di adattarti a qualunque situazione e di stravolgere la tua vita da un giorno all’altro».

Ed è un bene o un male?
«Per una donna che, come me, vuole mettere su famiglia, non è pensabile portarlo avanti tutta la vita. È un lavoro che mi sta facendo crescere, umanamente e professionalmente, ma non sono certa di volerlo fare per sempre».


Dopo la morte di Mattia Dall’Aglio nel 2017 ho avuto il rigetto della piscina. Ogni cosa mi ricordava lui. Sono arrivata ad avere il rigetto del nuoto, quasi ad odiarlo. Nel 2018, però, la voglia è tornata.

Come, invece, è certa di continuare a nuotare.
«Ora sì. Avevo smesso nell’estate 2016 dopo 17 anni di attività agonistica. Ero all’ultimo anno di magistrale, mi ero trasferita a Roma ed era diventato difficile conciliare studio e nuoto. In più, proprio in quel periodo, è morta una persona a me molto cara come Mattia Dall’Aglio».

Eravate molto legati?
«Oltre che compagni di nuoto, abbiamo frequentato insieme la triennale a Modena. Ogni cosa, in piscina, mi ricordava lui. Sono arrivata ad avere il rigetto del nuoto, quasi ad odiarlo. Nel 2018, però, la voglia è tornata. Mi trovavo già a Roma e mi sono iscritta ai master. Ma le Universiadi del 2019 mi hanno tolto qualunque possibilità di svolgere attività fisica (lavoravo 14 ore al giorno). A settembre, chiusa l’esperienza a Napoli, sono tornata per qualche mese a Castel San Pietro, mi sono ritesserata per l’Imolanuoto e ho ricominciato a gareggiare tra i master. Anche se vivo a Roma e mi alleno qui, ogni volta che posso faccio le gare con loro o mi iscrivo a gare qui nel Lazio, ovviamente sempre sotto il vessillo Imolanuoto».

L’acqua è davvero il suo elemento.
«E mi manca da matti. In questi giorni di isolamento soprattutto. Però ora non è più un’ossessione».

Un’ossessione?
«Quando ti alleni a livelli agonistici, con l’obiettivo di raggiungere determinati risultati, il rischio che si trasformi in ossessione c’è. Negli ultimi mesi, invece, ho riscoperto il piacere di stare in acqua. Penso sia uno dei pochi movimenti che ti regala senso di libertà, completezza e soddisfazione. Esco dalla vasca contenta».

Come sta Gino il palloncino?
«Gli è scoppiata la testa. Ma gliene ho fatta un’altra e ne ho tre di riserva pronte. Così ho qualcuno da abbracciare… Non mi sento sola – per il mio compleanno ho festeggiato su Zoom con gli amici, ho preparato torta e candele (e palloncino) e pranzato “in diretta” con i parenti – e sento l’affetto che mi circonda, ma mi manca il contatto fisico. Quando tutto sarà finito, uscirò da qui e abbraccerò chiunque mi passi vicino. Questi giorni, così difficili e impegnativi, ci serviranno di lezione».

La speranza è quella.
«Ho letto recentemente un’intervista all’attore Enrico Brignano. Ogni mattina, appena sveglio, per sopire alla mancanza del caffè al bar, va in cucina, lascia un euro sul tavolo e chiede “il solito”. La moglie glielo prepara. E lui sta lì, in silenzio, aspetta, si gusta il momento (e il caffè) prima di tornare in camera a prepararsi. È come cucinare o leggere un giornale, un libro. Piccole cose che stiamo riscoprendo. Certo, saremmo stati più felici senza questa pandemia, ma la nostra vita era troppo frenetica».

E c’era il bisogno di rallentare.
«Non credo dimenticheremo in fretta questi mesi, anche se l’economia italiana ne risentirà più che nel dopoguerra. Per far ripartire tutto ci vorranno anni. Per questo, penso, non ce li scorderemo. Nei momenti in cui la frenesia tornerà a prendere il sopravvento, dovremo essere bravi a guardarci indietro e dire: “Ricordiamoci di quel 2020 in cui le nostre vite sono cambiate”. Spero che questa emergenza ci aiuti davvero a riscoprire la nostra umanità».


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