Dj Fabo e Benedetta. Quale libertà?

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In questi giorni siamo stati attratti da due vicende, due storie travolte dalla sofferenza. Un uomo e una donna, giovani, con sogni e progetti da realizzare. Lui si chiamava Fabiano Antoniani, conosciuto anche come Dj Fabo. Di lui la sua compagna racconta che “è sempre stato un ragazzo molto ego-riferito… È sempre stato egoista”. E ancora: “Io e Fabiano eravamo diversi sotto molti punti di vista, ma su una cosa eravamo d’accordo: sulla libertà di scegliere”. Il 13 giungo 2014, a seguito di un incidente stradale, causato da una sua fatale imprudenza nel tentativo di raccogliere il cellulare caduto, rimane cieco e tetraplegico. In una lettera testamento consegnata all’associazione Luca Coscioni scriveva: “Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione, non trovando più il senso della mia vita ora. Fermamente deciso, trovo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia”. Sceglierà di porre fine alla sua esistenza in una clinica Svizzera attraverso il suicidio assistito il 27 febbraio 2017. La recente decisione della Corte Costituzionale di non punire chi lo ha aiutato nel suo proposito di suicidio, ha esposto la triste vicenda ad ulteriore clamore mediatico. Lei si chiamava Benedetta Bianchi Porro. La sua storia è più silenziosa, ma in questi giorni è riemersa con forza e dolcezza. Durante la celebrazione del 14 settembre presso la cattedrale di Forlì è stata dichiarata beata. Aveva diciassette anni quando era già iscritta all’Università. Nove anni più tardi volle rispondere a una lettera pubblica di un giovane, Natalino, che gridava il suo dolore e la sua disperazione, proprio come Fabiano: “Caro Natalino, in «Epoca» è stata riportata una tua lettera. Attraverso le mani, la mamma me l’ha letta. Sono sorda e cieca, perciò le cose, per me, diventano abbastanza difficoltose. Un morbo mi ha atrofizzata, quando stavo per coronare i miei lunghi anni di studio: ero laureanda in medicina a Milano. Poi il male mi ha completamente arrestata quando avevo quasi terminato lo studio: ero all’ultimo esame. (…) Fino a tre mesi fa godevo ancora della vista; ora è notte. Però nel mio calvario non sono disperata. Io so che in fondo alla via Gesù mi aspetta. Prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza, fino alla consumazione dei secoli. Fra poco io non sarò più che un nome; ma il mio spirito vivrà qui fra i miei, fra chi soffre, e non avrò neppure io sofferto invano. (…) Le mie giornate non sono facili; sono dure, ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio. Lui mi sorride e accetta la mia cooperazione con Lui. Ciao, Natalino, la vita è breve, passa velocemente. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui per giungere in Patria. Ti abbraccio”. Benedetta morirà il 23 gennaio 1964. Nel giardino di casa era fiorita, in pieno inverno, una bellissima rosa bianca che lei aveva sognato qualche tempo prima. Sussurrata a fior di labbra, la sua ultima parola sarà: “Grazie”. Qual è il vero senso della libertà? Autodeterminarsi fino a poter scegliere anche la propria morte oppure aprirsi alla verità di una promessa di bene? Soccombere sotto il peso della croce o affidarsi al mistero d’amore di un Dio crocifisso? Nella liturgia di domenica scorsa la parola di Dio ci offriva la risposta: “Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato”.

Don Massimo Pelliconi