In ascolto dell’Europa

102

Le elezioni europee rivestono un’importanza decisiva per il nostro futuro. All’Europa sono legate speranze e preoccupazioni: speranze per un progetto che ha garantito oltre 70 anni di pace e sviluppo; preoccupazioni per una unità incompiuta e burocratizzata, dimentica delle sue radici. Frequentando il Parlamento Europeo di Strasburgo dal 2000, accompagnando studenti coinvolti in progetti di relazione, Euroscola ed altri, associazioni impegnate negli scambi internazionali e semplici visitatori, l’ideale europeo si sente totalmente consono alla nostra natura e alla nostra storia. Non si può rinunciare alle opportunità di crescita, benessere e libertà che ha promosso e dovrà promuovere. La storia recente dell’integrazione europea è iniziata con i padri fondatori, De Gasperi, Schuman e Adenauer, basata su una idea popolare e condivisa di unità culturale e politica, da cui far discendere gli aspetti economici e organizzativi. Questo modello voleva armonizzare la politica estera e di difesa, far crescere la solidarietà e l’integrazione fra le nazioni e le persone con un sistema libero di mercati ed economie differenziate.
La discussione oggi è aperta sulla concezione di una Europa dei popoli e la conseguente enfasi burocratica nei rapporti fra gli Stati, commissioni a Bruxelles e passerella a Strasburgo, mercato unico, cultura e costume. Il rifiuto di menzionare le “radici ebraico-cristiane” nel progetto di costituzione europea (trattato di Nizza) ha sancito una rottura con l’idea originaria di Europa. I valori propri dell’Europa sono riconducibili a tre. La democrazia, i diritti fondamentali dell’uomo e lo Stato di diritto. La conseguente spaccatura fra èlite divenute tecnocratiche e il sentimento popolare, insieme all’affrettato processo di adesione di molti Stati, hanno acuito lo scetticismo. La Brexit ha ulteriormente complicato il quadro. La crisi economica del 2008 e il deficit demografico stanno peggiorando la situazione. Vista l’interconnessione degli Stati Europei , in particolare l’Italia, da sola, non riuscirebbe a sostenere la competizione globale e si metterebbe fortemente a rischio. Continuare a guardare con speranza all’Europa, confidando che la sua radice fatta di democrazia, promozione della pace, dello sviluppo e della solidarietà può essere recuperata. Assistendo alle commissioni di lavoro europee l’esperienza del dialogo, dei tentativi condivisi e dei progetti proposti dal basso vince rispetto a tutte le strategie ”politicamente corrette”. Oggi occorre trovare in modo nuovo un possibile equilibrio fra diritti e doveri e fra libertà e responsabilità. Fra i dirigenti di Strasburgo si nota la necessità di favorire il sorgere di una moderna upper class, capace di valorizzare, assecondare e correggere le istanze popolari. E’ una sorta di “terza via” fra populismi e difesa ad oltranza delle èlite tecnocratiche, che vede nell’educazione ideale e nel radicamento nelle comunità intermedie lo sviluppo di un nuovo ceto dirigente ben inserito nelle tradizioni popolari e attento ai “valori immutabili”. La necessità in Europa è potere operare con proposte ragionevoli, frutto di una tradizione che inizia con gli stessi padri fondatori, distanti dalle chiusure nazionalistiche così come dallo statalismo e dall’individualismo elitario. Esiste un civismo diffuso anche attraverso il protagonismo dei lavoratori e dell’impresa che va messo in rete attraverso amicizie che costruiscano, non solo organizzativamente, una realtà dinamica europea come presupposto di autentica apertura. Bisogna agire per difendere la qualità della democrazia. Come ha denunciato Papa Francesco, infatti, “il rapporto tra popolo e democrazia dovrebbe essere naturale e fluido, ma corre il pericolo di offuscarsi fino a diventare irriconoscibile. Il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che sembrano dominarle”.(5nov2016) Nella esasperante violenza dialettica si perde il nesso con la realtà, con la vita quotidiana dei cittadini e così anche il valore delle istituzioni europee. La forza dell’Europa non è l’economia, solo il 7 per cento di quella mondiale. Ma il suo contributo di civiltà. Civiltà che è cresciuta su un doppio pilastro : Atene e l’Illuminismo, da una parte, e Gerusalemme e Roma, cioè il cristianesimo, dall’altra. E’ l’equilibrio fra questi due poli ad aver fatto grande l’Europa

Paola Paoletti