Quando l’uomo si sente solo, sperimenta l’inferno

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“Spostare lo sguardo dalla povertà al povero”. Non poteva esserci frase più azzeccata per sintetizzare una delle principali sfide a cui siamo chiamati oggi. Bene ha fatto quindi il direttore della Caritas diocesana Luca Gabbi a utilizzarla nel presentare il “Rapporto sulle povertà 2018”, e bene ha fatto il Nuovo Diario Messaggero a rilanciarla con grande evidenza. Questo “spostamento” non è appena un problema lessicale. E non lo si può nemmeno derubricare a un mero invito alla generosità. È invece – utilizzando sempre le parole di Gabbi – un modo per “sollecitare la comunità cristiana ad avere uno sguardo diverso sulle cose”, perché “il problema è di prospettiva, di approccio, quindi di cultura”. La posta in gioco è evidentemente alta. Si tratta – a mio avviso – di passare dal pur lodevole concetto di elemosina o beneficenza a quello (ben diverso) di carità, che implica un impegno totale della persona verso la realtà che gli si pone innanzi.
Ma come è possibile vivere questa dimensione di carità nel contesto economico? Dentro le aziende, le organizzazioni, le istituzioni, chiamate a fare quadrare i conti? Una risposta credo l’abbia data di recente Papa Francesco, quando sabato 16 marzo ha ricevuto in Vaticano 7.000 persone per i 100 anni di Confcooperative. Riferendosi all’impresa cooperativa, il Papa ha proposto almeno tre sottolineature che credo possano valere per tutti i protagonisti del sistema economico. “Coniugare la logica dell’impresa a quella della solidarietà: interna verso i propri soci ed esterna verso le persone destinatarie” è stato uno degli inviti fatti dal Pontefice, ricordando come il modello cooperativo – “proprio perché ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa” – da un lato “corregge certe tendenze proprie del collettivismo e dello statalismo”, dall’altro “frena le tentazioni dell’individualismo e dell’egoismo proprie del liberalismo”. Sarebbe interessante se almeno una volta al giorno ogni imprenditore, cooperatore, lavoratore o libero professionista si chiedesse come concretamente può coniugare la (giusta) logica dell’impresa con quella della solidarietà; con quali azioni, con quali decisioni. Basterebbe soltanto iniziare a porsi il problema. Una seconda sottolineatura fatta dal Papa ha riguardato la solitudine, che spesso interessa proprio i poveri. “Quando l’uomo si sente solo, sperimenta l’inferno. Quando, invece, avverte di non essere abbandonato, allora gli è possibile affrontare ogni tipo di difficoltà e fatica” ha detto. E se è vero che in cooperativa “uno più uno fa tre”, “bisogna anche ricordare che nei momenti brutti uno più uno fa la metà”. Questo richiamo alla condivisione può essere fatto proprio da tutte le realtà economiche e può aiutare a rendere ancora più chiaro lo spostamento di sguardo sul povero, con il quale si è chiamati a condividere un pezzo di vita, ancora prima di dargli un aiuto materiale. Infine, l’ultima sottolineatura del Papa che citando l’episodio del Vangelo di Marco in cui il paralitico viene portato da Gesù da quattro persone calandolo dal tetto, ha spiegato che “la cooperazione è un modo per ‘scoperchiare il tetto’ di un’economia che rischia di produrre beni ma a costo dell’ingiustizia sociale. È sconfiggere l’inerzia dell’indifferenza e dell’individualismo, facendo qualcosa di alternativo e non soltanto lamentandosi”. Un modo quindi – come ce ne possono essere tanti altri – per spostare lo sguardo e cambiare prospettiva. L’inizio di una piccola grande rivoluzione, per costruire un’economia a misura di persona che nelle sue scelte quotidiane sia in grado di spostare lo sguardo alla povertà al povero.

Giovanni Bucchi