L’accoglienza è diventata più precaria

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Tra le disposizioni del cosiddetto decreto legge sicurezza, proposto dal ministro degli interni Matteo Salvini e convertito in legge dal parlamento il 28 novembre 2018, con applicazione retroattiva dal 5 ottobre 2018, c’è la norma che vieta l’iscrizione all’anagrafe delle persone residenti da parte degli stranieri extracomunitari richiedenti protezione internazionale, cioè le persone in fuga da paesi extracomunitari che ne hanno fatto richiesta, ma non hanno ancora ricevuto risposta. In caso di accoglimento della richiesta diventano rifugiati. Prima del decreto sicurezza anche i richiedenti in attesa di risposta potevano iscriversi all’anagrafe in attesa dell’esito della loro richiesta, mentre dal 5 ottobre scorso questo non è più possibile.

Chi ha diritto allo status di rifugiato?
Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 chi «temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese d’origine di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese».

Quale è il percorso e quali sono i tempi per la domanda di asilo?
L’assessore Claudio Frati, da cui dipendono i servizi demografici del Comune di Imola, spiega che «Non ci sono termini o scadenze per presentare la richiesta di asilo, la puoi presentare in qualsiasi momento. Puoi chiedere asilo facendo domanda alla polizia di frontiera oppure in questura. La questura rilascia un documento che certifica la richiesta e la data dell’appuntamento per la verbalizzazione che conterrà principalmente informazioni di tipo anagrafico e poche informazioni inerenti il motivo per il quale hai lasciato il tuo paese di origine. È importante che il richiedente asilo si appoggi ad un’associazione che gli spieghi bene come funziona la richiesta e che lo aiuti a ripercorrere le tappe principali che l’hanno portato in Italia. È importante cercare di ricordare tutti i dettagli per rendere concreta e meno vaga possibile la testimonianza. Nomi di persone, date, spostamenti: è normale ricordarsi poco o male alcuni passaggi estremamente dolorosi. In sostanza ti si chiederà di spiegare perché sei scappato dal tuo paese e perché non puoi tornarci.
A seguito della domanda, se non si ha un luogo di residenza e ci sono i presupposti si può essere accolti in un alloggio del sistema di accoglienza italiano, ma non è un passaggio obbligatorio e può accadere che non ci siano posti disponibili all’interno delle strutture. La questura, subito dopo la domanda, dovrebbe rilasciare un attestato nominativo in attesa del permesso per richiesta di asilo.
La richiesta d’asilo è un processo lungo, dura solitamente oltre 12 mesi, nel frattempo avrai un permesso di soggiorno temporaneo. A distanza di 60 giorni dall’inizio della richiesta d’asilo potrai, in caso trovi un lavoro, avere un contratto di lavoro regolare: con il decreto legislativo del 30 settembre 2015, articolo 22, si è infatti stabilito che un richiedente asilo può avere un regolare contratto di lavoro a due mesi dall’inizio della richiesta d’asilo. Competente a decidere della domanda è la commissione territoriale presso la prefettura del luogo dove la domanda è stata presentata. Il richiedente è tenuto a presentarsi all’audizione nel giorno stabilito, può essere assistito da un legale e può portare con sé una memoria nella quale si descrivono le motivazioni che hanno portato il richiedente a lasciare il paese di origine. Quest’ultima sarà utile alla commissione al fine della decisione circa il riconoscimento o meno di una forma di protezione internazionale. La commissione territoriale può arrivare a diversi tipi di decisione:
1. può riconoscere lo status di rifugiato che consente il rilascio di un permesso di soggiorno per asilo politico della durata di 5 anni;
2. può riconoscere la protezione sussidiaria in presenza di danni gravi alla persona che consente anch’esso il rilascio di un permesso di soggiorno della durata di 5 anni. (La protezione sussidiaria viene riconosciuta a chi non ha i requisiti di rifugiato, ma comunque ha bisogno di una forma di protezione internazionale perché se ritornasse nel paese di origine potrebbe subire un danno grave. Per danno grave si intende: la condanna a morte o l’esecuzione della pena di morte, la tortura e la minaccia grave alla vita che deriva da una situazione di conflitto armato);
3. può chiedere alla questura il rilascio di un permesso di soggiorno per casi speciali;
4. può non riconoscere alcuna forma di protezione internazionale;
5. può valutare la domanda inammissibile qualora sia già stata esaminata da un altro paese europeo».
Chi ottiene il riconoscimento di rifugiato ha inoltre diritto al ricongiungimento familiare e a chiedere la cittadinanza italiana dopo cinque anni di residenza.

Ma cosa cambia nella vita concreta di queste persone a seguito del divieto transitorio di iscrizione?
Sino ad oggi sono capitati a Imola una quindicina di casi. In pratica nessun diritto fondamentale si perde per il fatto di non essere iscritto all’anagrafe: è comunque possibile ai bambini iscriversi a scuola, si può usufruire dei servizi sanitari; si può svolgere un’attività lavorativa in regola; non è possibile ottenere la carta di identità, ma il passaporto la sostituisce a tutti gli effetti, oppure in mancanza di passaporto le questure muniscono le persone di appositi documenti di identificazione.
La mancata iscrizione all’anagrafe non produce quindi ad oggi nella sostanza nessun effetto giuridico significativo, ma in qualche modo rende più provvisorio l’esercizio dei diritti sopra ricordati, basandolo su documenti di identificazioni rilasciati dall’autorità di polizia e non dagli uffici comunali preposti, e quindi revocabili con un maggiore grado di discrezionalità.