Dal Regno al regime. Imola e le leggi razziali

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La lapide commemorativa apposta all'inizio di via Giudei

l 17 novembre 1938 è promulgato il regio decreto legge n. 1728, poi convertito dal parlamento italiano nella legge 1 maggio 1939, n. 274. Le firme di Benito Mussolini e del re Vittorio Emanuele III di Savoia in calce al decreto, seguite dall’approvazione dei due rami di un parlamento non democraticamente eletto, dove tuttavia nessuna voce si levò a contestarla, inserirono nell’ordinamento giuridico italiano la norma cardine della legislazione razziale, già preceduta da altri atti legislativi che avevano stabilito l’espulsione degli ebrei stranieri dall’Italia e di quelli italiani da tutte le scuole ed università del regno.
Si operava in questo modo una cesura traumatica con la scelta storica e politica dello stato italiano unitario, nato dal Risorgimento, di garantire la piena emancipazione agli ebrei della penisola, che lo avevano contraccambiato con incondizionata fedeltà, giungendo ad un alto livello di integrazione nelle istituzioni e nel tessuto sociale, economico e culturale della nazione.
Pure senza sottovalutare il rilievo che le contingenze politiche ebbero nel causare la scelta razzista di Mussolini, del fascismo e dello stato italiano, non si può trascurare il fatto che essa poté innestarsi su ideologie sviluppatesi a partire dal secolo XIX che negavano l’unità della razza umana, affermando una originaria differenza delle razze, distinguendo tra esse quelle superiori dalle inferiori. Sebbene queste teorie fossero estranee dalla mentalità italiana, non si può negare che anche tra i cristiani “… interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta colpevolezza [fossero] circolate per troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo”, come ha sostenuto il papa san Giovanni Paolo II. È però altrettanto certo che le manifestazioni storiche di antigiudaismo cristiano furono di natura religiosa, essenzialmente distinte dall’antisemitismo razzista fatto proprio dal nazismo e di riflesso dal fascismo, le cui radici ontologicamente anticristiane traggono origine da correnti filosofiche europee dell’età moderna e contemporanea violentemente avverse alla fede cristiana ed alla chiesa.
In questi anni gli ebrei di Imola possono sperimentare la solidarietà di grandissima parte dei loro concittadini, ma anche l’ostilità interessata di alcuni. Entrambi gli atteggiamenti si accentuarono percettibilmente dal novembre 1943, quando il sorgere della repubblica sociale italiana nel nord della penisola coincise con una recrudescenza della legislazione antisemita, affiancata da sistematici rastrellamenti di ebrei di ogni sesso, età e condizione sociale ad opera di fascisti italiani e delle SS tedesche, cui seguivano l’internamento provvisorio in campi di concentramento italiani e la deportazione nei lager d’oltralpe, protrattisi sino ai primi mesi del 1945. In quei drammatici mesi sono molti gli imolesi che si adoperano per proteggere gli ebrei nascosti in città e nei suoi dintorni, dove sono giunti con la speranza di sottrarsi al pericolo da varie regioni italiane. Gli autori di questi interventi protettivi provengono da ogni ceto sociale e da ogni parte politica. Tra di essi si contano membri di famiglie abbienti, aristocratiche o di più umile estrazione, persone colte e semplici, atei e credenti, laici, sacerdoti e monache, liberali, socialisti, comunisti e fascisti, analogamente a ciò che avvenne in altre città della Romagna dove abitavano membri della famiglia Fiorentino. Alcuni di questi ultimi testimoniano anche in sede giudiziaria l’aiuto ricevuto da esponenti fascisti imolesi e forlivesi in processi loro intentati dopo la fine della guerra.
La lapide che su iniziativa del Comune di Imola e della Comunità Ebraica di Bologna è ora apposta all’inizio di via Giudei, ricordando la presenza ebraica ad Imola in età medievale, moderna e contemporanea, assolve degnamente al compito di onorare quegli antichi concittadini, i loro correligionari che vissero nelle nostre città negli anni delle leggi razziali e quegli imolesi che manifestarono solidarietà e diedero sostegno nei momenti più bui. Poiché non c’è futuro senza memoria, le frasi scolpite nel marmo sono pegno concreto che gli imolesi e quanti la leggeranno facciano memoria del passato per costruire il futuro.
Gli atti di generosità e di abnegazione compiuti da moltissimi italiani a favore dei loro connazionali ebrei perseguitati non cancellano il fatto che le leggi razziali furono non solo promulgate dal re e ratificate dal parlamento, ma anche fatte oggetto di innumerevoli decreti, circolari e disposizioni attuative ed interpretative ad opera di autorità nazionali e locali, che discettavano minutamente dell’inferiorità razziale di migliaia di cittadini, senza alcuna opposizione esplicita, anche solo passiva, neppure davanti alle vessazioni più minute ed umilianti. Certo il potere coercitivo di un sistema dittatoriale era enorme, grazie pure all’utilizzo dei sistemi di comunicazione, allora rappresentati da radio e giornali. Tuttavia di fronte al levigato linguaggio burocratico con cui prefetti, questori, podestà, carabinieri, direttori didattici, presidi e semplici impiegati pubblici trattavano le pratiche razziali, si avverte un senso di disagio, acuito dal fatto che solo una manciata di decenni ci separa da quel periodo.

Andrea Ferri