Non banalizziamo

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È curioso. Proprio durante il pontificato di un papa che più di ogni altro insiste nel chiedere che si costruiscano ponti di fraternità, e non muri, tra le nazioni e tra le persone, mai come oggi è esistita una così profonda spaccatura nella Chiesa. Una fede, come scriveva recentemente Nigrizia, che ci trova su fronti opposti quando si affrontano le questioni sociali. Siamo giunti al tutti contro tutti, usando da ambo le parti linguaggi da talk show, o, peggio ancora, da anatemi. È proprio vero che più si parla di una cosa, meno la si mette in pratica: così è per il concetto di discernimento, sventolato da più parti, ma quanto meno agito. Chissà perché, ma quando si citano i profughi emerge l’istintività, e non il raziocinio che dovrebbe prevalere di fronte ad un tema così complesso. Se da una parte, come ha affermato la Cei, non dobbiamo far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi, dall’altra non possiamo banalizzare il problema dei migranti offrendo soluzioni buoniste e a buon mercato. Se è ovvia l’inconciliabilità tra razzismo e cristianesimo, ciò non significa che i migranti siano tenutari di soli diritti.
Occorre che si sappia che sul nostro territorio la quasi totalità di profughi che sono stati accolti non hanno subìto nella loro Patria alcuna violenza, né sono scappati da pericolose guerre (si dovrebbero pertanto più propriamente chiamare migranti, in quanto solo in pochi hanno ottenuto lo status di rifugiati politici). In Caritas abbiamo toccato con mano l’ingiustizia del “Regolamento di Dublino”, dopo oltre vent’anni dalla sua entrata in vigore, che è la legge europea che prevede la presa in carico dei richiedenti asilo nel primo Paese in cui essi lasciano le impronte digitali: essa ha mostrato tutta la sua iniquità ed è doveroso prodigarsi per modificarla. Faccio pertanto mia la domanda di mons. Suetta, vescovo di Ventimiglia: tutte le persone che sostengono un’accoglienza senza limiti, senza numeri, sono animate da solidarietà o da un’idea di società o di futuro diversa dalla mia? Ci si può confrontare senza erigere steccati? Come Caritas siamo stanchi che organizzazioni da ogni parte, una volta che i contributi statali a loro assegnati per l’accoglienza dei profughi sono terminati, telefonino a noi per chiederne l’ospitalità. No! I “profughi” che arrivano non sono spesso gli ultimi! Non siamo ipocriti, ma guardiamo in faccia la realtà: quante sono le persone indigenti presenti da anni sul nostro territorio, italiane o straniere, per le quali non si fa nulla, se non la Caritas per quel poco che può? Quante senza vitto né alloggio né pocket money e per le quali nessuno strilla in loro difesa? Non abbiamo bisogno di appelli rivolti alla CEI, come è avvenuto in questi giorni, per forzare i vescovi a parlarci di certe sole tematiche: è proprio così che la Chiesa diventa sempre più una ONG…!

Luca Gabbi – Direttore Caritas diocesana