Era il 1997, dom Claudio Hummes suonò al nostro campanello. Un dono per mio padre e per noi

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C’è un tardo pomeriggio, sul finire del ’97, che mia madre ed io non dimentichiamo. Si colloca nell’ultimo periodo che babbo riuscì a trascorrere a casa tra letto, divano e sofferenze varie prima dell’ennesimo intervento (il quinto) e della morte. Erano più o meno le 18. Mia madre sentì suonare. Al citofono una voce: “Sono dom Claudio Hummes”. Attimi di sconcerto e di vera sorpresa per i miei genitori, frammisti a grande emozione.
Probabilmente dom Claudio aveva saputo da monsignor Tarcisio Foresti o da don Savorani della situazione terminale di babbo. Lui, già arcivescovo di San Paolo, era stato in visita ad limina dal papa, a Roma, con gli altri vescovi del Brasile. Era di passaggio ad Imola. Con mio padre aveva avuto contatti per il progetto, in quanto vescovo della Chiesa Sorella di Santo Andrè e dunque di São Bernardo. Da solo, in borghese, con grande semplicità e calore umano, gli chiese notizie sulla sua salute e il “succo” del suo dire fu che, come mio babbo era andato a trovarlo in Brasile e aveva portato del bene, questa volta era lui che veniva a trovarlo.
Nel bel mezzo arrivai io, allora 14enne, dal campetto di basket, piuttosto trafelato e sudato. Confesso che fui un po’ intimidito da quella presenza inattesa e per me sconosciuta, ma dom Claudio mi mise subito a mio agio. Mi chiese che scuola frequentassi e alla mia risposta («il Ginnasio») cominciò a declinare: Rosa – Rosae, Rosae, Rosam… La cosa mi è rimasta impressa e ne sorrido ancora. Lo sentii rassicurare mio padre sul buon andamento del Progetto. Lo benedisse, ci benedisse e se ne andò, con grande semplicità, così come era venuto. Per babbo fu un dono (e non solo per lui) e ne fu, a dir poco, commosso. Un gesto di umanità può davvero toccare i cuori e confortare.
All’elezione di papa Bergoglio, quando sul balcone di San Pietro, alla sinistra del neo papa, abbiamo visto quello che ora è il cardinale Claudio Hummes, mia madre ed io non abbiamo faticato a riconoscerlo ed abbiamo sentito salire in noi una grande speranza ed un’emozione profonda. Il cardinale Hummes è l’amico che – a detta dello stesso Bergoglio – gli ha suggerito il nome Francesco e lo ha esortato a non dimenticarsi mai dei poveri. Un amico importante, dunque. Vorremmo ricordare anche le varie visite rese a babbo in ospedale dal vescovo emerito Fabiani con monsignor Tarcisio Foresti. Ne siamo ancora grati.
Anche l’allora sindaco di Imola, Raffaello De Brasi, non fece mancare la sua presenza. Fu poi lo stesso monsignor Fabiani a celebrare i funerali di mio padre in duomo.
Desidero fare memoria, infine, anche di amici e collaboratori importanti del Centro missionario, ai tempi di mio padre, che non sono più tra noi ed hanno lasciato un grande vuoto. Giovanni Pompei, il diacono Giovanni, sempre pieno di entusiasmo e pronto ad ogni servizio. Mi piace immaginarlo intento a piantare assi e chiodi in qualche “Baracco” in Paradiso. E poi i giovanissimi, Rita Buscaroli e Leonardo Bertozzi, curiosi, attenti, intelligenti, sempre in ricerca, anche con fatica. Un dolore grande per chi li ha conosciuti e amati. Sono nel mio, nei nostri cuori.