Roberto Pagnin, imprenditore col ciclismo nel sangue

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Roberto Pagnin in trionfo a Imola - Foto ISOLAPRESS

Di Roberto Pagnin – ex ciclista professionista oggi imprenditore di successo – colpiscono tre aspetti: il marcato accento veneto (inevitabile per uno nato a Vigonovo di Venezia), la spontaneità e la viscerale passione per il ciclismo. Un ciclismo che l’ha portato ad imporsi ad Imola nel 1992 e a conquistare quasi 30 vittorie da professionista. Un ciclismo che gli è entrato talmente nel sangue da sentirne la mancanza ogni giorno. Così, pur avendo appeso la bicicletta al chiodo da qualche anno, Pagnin sogna di rientrare in un mondo che ama, anche se, nel ciclismo di oggi, «i ragazzi sono allevati come professionisti sin da piccoli. Genitori e procuratori intervengono troppo nelle dinamiche di una squadra. Forse è il caso di interrogarsi».

3 giugno 1992. 24 anni dopo la vittoria di Marino Basso, il Giro d’Italia fa ritorno a Imola. Sul traguardo finale si impone Roberto Pagnin che, in volata, ha la meglio su Marco Lietti e Franco Chioccioli.
«Ero in fuga fin dai primi chilometri della tappa, insieme ad altri 10, 12 corridori. Dopo una “sparata” di quelle fatte bene, io e Lietti siamo riusciti a staccare i nostri compagni d’avventura. Quando mancavano 30 chilometri al traguardo, ci ha raggiunto Chioccioli. Siamo andati avanti insieme fino alla fine, anche se sia io che Lietti eravamo abbastanza a corto di energie. Franco, invece, era carico come una molla, tirava come un matto, voleva a tutti i costi prendersi la maglia rosa. Andava veramente il doppio di noi. Io ho cercato di aiutarlo, Lietti invece (su ordine del suo direttore sportivo) ha smesso di tirare. Sui Tre monti anch’io ho badato a risparmiare le energie per la volata. Sapevo di avere più chance degli altri. Inoltre, il mio contratto con la Festina era in scadenza, una vittoria mi avrebbe fatto comodo in chiave rinnovo. Chioccioli era una furia, ma ognuno di noi, giustamente, badava al suo interesse. Lui, invece, aveva il chiodo fisso della maglia rosa, la voleva togliere ad Indurain».

Indurain, in effetti, perse la maglia quel giorno, ma a vantaggio di Bruno Leali.
«Miguel andò in crisi sullo strappo di via Lola. Non perse molto tempo, ma tanto bastò per cedere la leadership a Leali. Là davanti, invece, lottavamo per la vittoria di tappa. Lietti provò a fare il furbo, cambiando improvvisamente traiettoria a 200 metri dal traguardo. Ma io ero talmente lanciato che riuscii comunque ad evitarlo e a vincere, seppur di pochissimo!».

Una bella soddisfazione! «Eh sì. Quando una fuga del mattino arriva al traguardo senza che il gruppo la riprenda è sempre molto bello. Chioccioli, ad essere onesti, ci ha dato una grossa mano, ma io ero partito quel giorno convinto di poter fare qualcosa di buono. In fondo, ero in un buono stato di forma. Venivo da un’ottima Vuelta, dove avevo ottenuto una serie di piazzamenti importanti. Ho trovato in Lietti un ottimo alleato in corsa, ma per caratteristiche sono sempre stato un amante delle fughe, un passista veloce che non si è mai risparmiato».

Delle sue vittorie, quale ricorda con particolare piacere?
«Quella di Imola certamente. Ma negli anni da professionista sono riuscito a vincere quasi 30 corse. In Spagna, tra l’altro, ho avuto la fortuna di indossare la maglia di leader della classifica generale. Anche se non scorderò mai il secondo posto a Vittorio Veneto al mio primo Giro d’Italia, nel 1985. Mi imposi nettamente in volata ma, per colpa di una sbandata (in quel periodo erano molto più pignoli sulle traiettorie da mantenere negli sprint) la giuria mi declassò al secondo posto».

Roberto Pagnin oggi

L’intervista completa a Roberto Pagnin è in edicola con lo speciale di 16 pagine realizzato da Il nuovo diario messaggero e  dedicato al Giro d’Italia. Lo potete trovare oggi in autodromo.