Messaggio per il Natale

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Si è formato un tale sovraccarico di eventi e di sentimenti, attorno alle Festività natalizie, che riesce difficile coglierne il senso originario e viverle in modo autentico. La chiave interpretativa tuttavia è immediatamente disponibile, per chi si mette in ascolto, nell’annuncio dato da un angelo ai pastori che vegliavano le greggi all’addiaccio, nelle campagne attorno a Betlemme: “Vi annuncio una grande gioia, che è per voi e per tutto il popolo: oggi nella città di Davide vi è nato un Salvatore, che è Cristo Signore”. Non soltanto il contenuto, ma anche i destinatari di tale annuncio presentano il senso della festa: si tratta di poveri salariati, addetti al lavoro notturno più disagiato. E’ a loro che l’inviato di Dio si rivolge, evidentemente perché i poveri, i disagiati, sanno apprezzare di più il dono della salvezza. Anzi, solo loro sanno accoglierlo. Più che la festa dei bambini, quella natalizia è dunque la festa dei poveri. O meglio, è la festa dei bambini in quanto i bambini appartengono alla medesima schiera dei poveri: mi riferisco a quelli rifiutati anche quando appaiono vezzeggiati e viziati; a quelli strumentalizzati dagli adulti o addirittura dai genitori in lite tra loro; ai bambini che in certi Paesi vengono costretti a lavori non adatti a loro, in altri Paesi a stili di vita altrettanto non confacenti. Del resto, se “la povertà è al centro del Vangelo”, come dice papa Francesco, è logico che la si incontri già nella nascita di Colui al quale il Vangelo si riferisce. Di solito si mette in evidenza la povertà di Gesù e della sua famiglia: il parto in un alloggio di fortuna, l’esilio in Egitto. Mi pare opportuno considerare anche la povertà dei destinatari del primo annuncio evangelico, cioè degli invitati alla festa assolutamente straordinaria che Dio ha organizzato per la venuta di suo Figlio in questo mondo. Il Natale organizzato da Dio appare molto diverso da quello della società dei consumi e del laicismo, alla quale i cristiani rischiano di assuefarsi fino a mettere da parte a poco a poco ciò che nella Liturgia viene celebrato. Esiste però il rimedio: riscoprire i poveri che ci vivono accanto senza che sappiamo accettarli, addirittura senza che riusciamo a vederli, tutti presi come siamo dalla corsa tra lavoro e consumo, tra conquista e difesa dei presunti diritti. La povertà nella cultura corrente fa paura, viene considerata una maledizione; la riduzione e trasformazione del Natale in festa dei regali e dei ritrovi familiari, o sem- plicemente amicali, diventa inevitabile. Non è però così facile scalzare Gesù dalla sua festa, spogliarlo della sua regalità, perché prima o poi la povertà riaffiora accanto a noi, nelle nostre case ben fornite, nella società libertaria. Con la povertà, riaffiora l’uomo, riaffiora la socialità, riaffiora la pace. Non automaticamente, ma sulla scia di esperienze dolorose e gioiose come quella di chi si converte dopo avere fatto del male, di chi si scopre amato e visitato dalla Provvidenza, di chi compie una scelta di abnegazione o di condivisione. Queste esperienze non sono forse la nuova chiave interpretativa e la versione alternativa del Natale?

Monsignor Tommaso Ghirelli, vescovo di Imola