Un ricordo di mia madre, Bianca Bizzi, e della mia famiglia

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Ringrazio la Dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo n° 7, prof.ssa Manuela Mingazzini, per avermi invitato a prendere la parola; un grazie sentito a tutte le autorità presenti, che non nomino singolarmente, perché ciò è già stato fatto in modo egregio da chi mi ha preceduto. Questo momento è per me bello e gratificante ma anche denso di emozioni e ricordi perciò non parlo a braccio; non voglio correre il rischio di dilungarmi o ripetermi nel riferire e puntualizzare alcune informazioni. Bianca Bizzi si trovò a condividere la vicenda della guerra e, nello specifico , l’aiuto alla famiglia ebrea, con i genitori Edmondo e Nerina nonché la sorella Laura, nubile, che viveva nella casa patema. Edmondo, infatti, ritenne opportuno riportare a Imola la figlia, per metterla al sicuro, insieme ai tre bambini, nella abitazione di via Mentana; il marito di Bianca, Luigi Palmonari , era stato richiamato, nel settembre 1939, alle armi e lei si sarebbe trovata da sola, a Coltano, nei dintorni di Pisa, dove si erano trasferiti per motivi di lavoro. Nel giugno del ’44 Luigi, rientrato dalla prigionia in Polonia, si riunì alla famiglia. In quell’ampia cantina, con i tedeschi al piano terreno della casa, dove avevano installato un comando della Wehrmacht, costituito da militari austriaci, in gran parte di religione cattolica, si trovarono a vivere mesi di grande apprensione e rischio enorme, i quattro membri adulti della famiglia Padovani, più la loro piccola Serena e le famiglie Bizzi­-Palmonari. Il sig. Pio era legato da vincoli di amicizia e rapporti di lavoro a Edmondo che aveva offerto a lui e ai suoi congiunti ospitalità e rifugio nella propria casa (in totale, tra i due nuclei, 14 persone: otto, Palmonari­ Bizzi; sei, Padovani). Quel gesto di umana solidarietà, scaturito da un fede profonda e una vita basata su solidi – nei fatti e non solo a parole – valori umani e cristiani, è ‘ stato per anni custodito neIl’intimo da persone che avevano ritenuto normale o addirittura doveroso, aiutare, come spesso facevano, chi, in quel momento , nella fattispecie la famiglia Padovani , si trovava in grave pericolo. Col passare degli anni qualche cosa cominciò a emergere, ma sempre sussurrata, mai gridata o esaltata . Per capire meglio il clima da cui scaturì questa azione altamente filantropica è necessario e doveroso delineare il profilo di ogni singolo membro della famiglia cui apparteneva Bianca. Edmondo era il capofamiglia vecchio stile; gli orari del pranzo, alle 13, e della cena, alle 20, dovevano essere rigorosamente rispettati da tutti e non si iniziava a mangiare se non alla sua presenza. Il nonno era generoso ed ospitale, amante della compagnia; molto spesso, a pranzo, c’erano invitati in numero più o meno consistente; casa Bizzi era conosciuta per l’abile e succulenta arte culinaria della nonna e la collezione di vini del nonno (più di uno sono gli episodi che testimoniano come le sue bottiglie fossero particolarmente apprezzate). Per anni, finchè non intervennero problemi di salute, anche la famiglia Padovani al completo frequentò la nostra casa. Nerina, attiva, instancabile, altruista, dotata di una forza morale e spirituale esemplare, sovrintendeva tutte le attività domestiche ed era il perno della famiglia. Che il suo carattere fosse determinato si evince anche da un episodio di cui fu protagonista: ebbe persino l’ardire di sbarrare il passo ai tedeschi che volevano scendere in cantina, ma miracolosamente desistettero a fronte della sua fermezza nel sostenere che avrebbero potuto impaurire i bambini. Laura, con la quale passavo la maggior parte del giorno, era sempre disponibile con tutti, umile e umana; fu lei, in particolare, a raccontarmi episodi del tempo della guerra e a lei, con la quale avevo confidenza, osavo porre qualche domanda ma le risposte, allora, bimba di cinque-sei anni, avevano per me un significato oscuro e solo più tardi ne compresi pienamente il senso. Luigi aveva come principi basilari di vita il dovere e l’onestà; era molto riservato e soprattutto nei primi anni del dopoguerra non ricordava volentieri gli avvenimenti appena trascorsi. Il tempo sfuma, almeno in parte, anche i fatti più tragici e dolorosi e solo in seguito anche lui cominciò a parlare con maggiore distacco del momento dalla cattura all’isola d’Elba, della prigionia, della vita nella cantina di via Mentana. Concludo rivolgendo a voi ragazzi l’invito che spesso facevo ai miei alunni: chiedete ai nonni, alle persone anziane che conoscete (fino a che hanno lucidità di mente), notizie riguardo ai tempi che hanno vissuto e vivono, ma soprattutto scrivete, prendete nota anche dei particolari che, con gli anni, spesso si dimenticano, e non abbiate paura della verità: la storia, anche quella famigliare, è un patrimonio da non perdere perché fa parte della storia dell’umanità. Tenete presente, sempre, che la memoria storica ha un valore immenso.

Vittoria Palmonari