Dalle delusioni (e ricorsi) nell’università italiana, fino a Düsseldorf, dove il sogno specializzazione si avvera

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Cecilia Raccagni, laurea in medicina e chirurgia all’Università di Bologna, dal 2010 ha lasciato l’Italia per la Germania. Oggi risiede e lavora a Innsbruck. Lasciamo a lei il racconto delle sue… avventure. m.ad.m.

Come sono arrivata fino qui, a Innsbruck, dove le persone parlano una lingua che per molti versi non sembra nemmeno tedesco, è una storia lunga, talmente lunga e piena di vicende tragiche, comiche, difficili e bizzarre che ho anche iniziato a scrivere un libro. Dunque, possiamo far partire la mia storia da quando una Cecilia più giovane, idealista e molto ingenua assaggia per la prima volta nel suo piccolo il sapore della corruzione strisciante che regna in Italia. Cecilia vuole diventare neurologa: è affascinata dallo strano funzionamento del cervello ed è delusa dalla psichiatria, branca che inizialmente era convinta di intraprendere. È quindi convinta che basti avere un buon curriculum universitario e fare una buona prova, per entrare in specializzazione a neurologia. Ma si sbaglia alla grande. Viene tragicamente silurata all’esame, di certo non per demerito, e scatta dai primi posti agli ultimi senza quasi nemmeno fare in tempo ad accorgersene. Un evento nefasto che le innesca una grossa crisi esistenziale e personale, costellata anche di avvocati e ricorsi in cassazione a Roma (vinti), che sfocia infine nella decisione di andarsene all’estero per inseguire il suo sogno professionale. Dopo un’attenta rassegna su come funziona la specializzazione in tutti i paesi europei, decide per la Germania, pur non sapendo una parola di tedesco ma contando di potercela fare. Ed è così che, pazza e contro tutti i saggi consigli, interrompe nel novembre 2010 il corso di medicina di base, lascia tutto e tutti per solcare il confine italo-germanico e arrivare nella nord-Reno Westfalia, precisamente a Düsseldorf. Qui inizia a studiare tedesco, segue corsi di lingua popolati da soggetti… bizzarri (per usare un eufemismo), si mette in contatto con Amedea Pelliconi, imolian a Colonia, e da qui nasce la sua prima esperienza pratica in un ospedale di Colonia, il Malteser, dove impara a fare i prelievi di sangue in un reparto di geriatria. Corre il gennaio 2013 e, intanto, studia per l’esame B2 di tedesco (in tempo record, ossia in 4 mesi circa… ho già detto che mi piacciono le sfide?). A febbraio Cecilia, dopo una serie di tragicommedie con la burocrazia tedesca, supera la cosiddetta Approbation, un esame che permette di esercitare la professione medica in Germania, e a marzo il tanto agognato B2, l’ultima carta che le manca per lavorare definitivamente come medico in Germania. Veniamo all’oggi: trovo lavoro in un piccolo ospedale della Nord Reno-Westfalia, a Lippstadt, dove inizio la mia esperienza come neurologa, vivendo insieme al mio ragazzo di allora in un alloggio di venti metri quadrati fornito dall’ospedale. Mi trovo benissimo e ho il privilegio di conoscere colleghi stupendi, che mi trasmettono, oltre a quello professionale, un patrimonio umano che mi porterò per sempre nel cuore. Potrei a questo punto dire che ho avuto la fortuna di trovare un posto di lavoro all’ospedale universitario di Innsbruck, dove la neurologia è famosa in tutto il mondo, e di averlo cercato per ragioni di tipo professionale: la verità è che il mio ragazzo di allora aveva ottenuto un posto di lavoro a Bressanone e, visto che Lippstadt-Bressanone sarebbe stato, come storia a distanza, troppo persino per me, per avvicinarmi ho tentato di entrare in neurologia a Innsbruck, affrontando un colloquio con Mister Poewe, il mio attuale primario nonché presidente dell’associazione Parkinson mondiale, il quale apprezza e mi assegna un ambitissimo posto da specializzanda ad Innsbruck in neurologia. Nel giro di una settimana, trasloco: Lippstadt-Innsbruck su Lancia Y passando attraverso Norimberga, utilizzando gli specchietti laterali come retrovisori causa scarsa visibilità… Una volta a Innsbruck rimango scioccata dal dover nuovamente farmi riconoscere tutta una seria di documenti, nonché superare un ulteriore esame, in quanto all’Austria non basta l’Approbation tedesca, richiede quella austriaca (esame dal modico prezzo di 800 euro, da sostenere a Vienna). Altro problema, la barriera linguistica: qui parlano un dialetto che all’inizio mi è impossibile capire e che mi fa rivivere gli stessi traumi vissuti alla scuola di tedesco a Düsseldorf, alle prime armi con la lingua, seduta di fianco a un fantino e una prostituta… Non bastasse, mi paralizza la chiusura culturale delle persone: anni ci vogliono qui per riuscire a farsi degli amici. Cosa mi manca dell’Italia? Mi manca la gente, mi mancano i sapori, gli odori, mi mancano le risate, mi manca la famiglia e gli amici che ho lasciato. Mi manca la pizza, l’aperitivo, mi manca la nostra cultura, mi manca il modo di vedere le cose che solo noi italiani abbiamo, quella capacità di sdrammatizzare e quella flessibilità che qui nemmeno odorano alla lontana. Cosa non mi manca? Il sistema gerontocratico ributtante dal quale sono fuggita e al quale non ho permesso di farmi tarpare le ali. La rassegnazione silenziosa che molti hanno davanti al fatto che le cose, semplicemente, non funzionano come dovrebbero. Quel senso di stasi che, in qualche modo, uccide. Mi manca la mia rabbia nel pensare a quanto un paese meraviglioso come l’Italia si rovini, ogni giorno, quando potrebbe vivere benissimo e offrire agli italiani una qualità di vita migliore, auspicabile. Anzi no, quella rabbia ce l’ho ancora dentro. Detto questo, mi piace Innsbruck, così curata e a prima vista perfetta. Ho conosciuto anche qui persone meravigliose con cui, ora, condivido la mia vita. Ma non rimarrò per sempre, non è la città dove mi vedo per il resto dei miei anni. Finitala la specializzazione andrò a visitare qualche altra parte di mondo. O forse, chissà, un giorno tornerò in Italia: mi piacerebbe! Tanti cari saluti, Cecilia».