In Nepal per ricostruire coi mattoni e con la gioia

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Dopo il verbo ‘amare’, il verbo ‘aiutare’ è il più bello del mondo, forse è questa la motivazione che spinge le persone a donare una parte consistente della propria vita nell’aiutare il prossimo. Ed è questa la motivazione che ha spinto Simone Ricci Petitoni a intraprendere nel febbraio scorso un viaggio in Nepal, dove era già stato nel 2004. Ma a differenza della prima volta, in cui il viaggio fu principalmente di svago, in questo caso l’intento era quello di aiutare sul campo il popolo nepalese. Il 25 aprile 2015 il paese asiatico fu colpito da una terribile sciagura: un violento terremoto di magnitudo 8 della scala Richter con epicentro nel sud-est nel paese, nel distretto di Lamjung, causò più di 8.000 morti e gravissimi danni alle infrastrutture locali. Danni di entità minore vennero provocati anche nelle zone himalayane di India, Cina, Bangladesh e Pakistan. Attraverso Project Abroads, associazione di volontariato nata in Inghilterra e con all’attivo più di 200 progetti in oltre 29 paesi e 9.000 volontari, Simone ha avuto la possibilità di coltivare un sogno e ritornare in Nepal per un mese di lavoro contribuendo alla ricostruzione post terremoto nel distretto di Lalitpur, nella periferia della capitale Katmandou. «Ho visto un popolo distrutto, mi piangeva il cuore – racconta Simone -. Il lavoro di ricostruzione era faticoso ma gratificante, le prime due settimane ho svolto lavori di manovalanza e muratura contribuendo, grazie ai “mattoni del sorriso”, come li chiamavamo, alla ricostruzione delle fondamenta di una scuola distrutta dal terremoto. Le successive due settimane ho sfruttato le mie conoscenze e la mia laurea al Dams per organizzare e dirigere un progetto educativo teatrale mettendo in scena in una scuola, della periferia di Katmandou, “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Sono riuscito a produrre un video di 24 minuti. La gioia più grande è stata guardare le facce colme di gioia dei ragazzi mentre rivedevano loro stessi proiettati sul telo bianco. La mia soddisfazione: quella di avergli donato dei momenti felici ed educativi nonostante le gravi difficoltà economiche in cui vivono, ulteriormente aggravate dal terremoto». Classe 1975, Simone Ricci Petitoni è il titolare del cocktail bar di viale Dante che porta il suo soprannome: Rez. Qui con la sua affezionata clientela condivide la passione per il viaggio e per la scoperta del diverso oltre che per i drink a base di frutta fresca. Alle spalle, un percorso universitario e una laurea al Dams. Questa sterminata passione per il viaggio unita ad un pizzico di coraggio e sregolatezza lo hanno portato, dai 22 ai 28 anni, dopo la laurea, a lavorare come bartender in Inghilterra, a Londra, e in altre città europee. Curiosa caratteristica dei suoi viaggi è l’utilizzo degli spostamenti aerei esclusivamente per l’arrivo nelle mete e il proseguimento dell’avventura nel cuore dei paesi visitati utilizzando esclusivamente mezzi locali come autobus e treni e in certe occasioni effettuando l’autostop. La grande passione per il sud America (ha attraversato il continente da Città del Messico a Rio Gallegos, la città più a sud della Patagonia) è ben evidente nell’arredamento del suo locale. In Nepal Ricci Petitoni era già andato nel 2004. Ma allora le motivazioni erano diverse da oggi. Come riferisce, «attualmente la situazione migliora, ma lentamente. Il paese fatica a risollevarsi, le famiglie non hanno la corrente elettrica perché le centrali nazionali non soddisfano il fabbisogno energetico locale e solo gli alberghi si possono permettere di utilizzare i generatori, in più le comunicazioni interne sono scarse e inefficienti». La situazione post cataclisma descritta da Simone è drammatica e il silenzio da parte dei media occidentali non aiuta quel popolo a risollevarsi. Difficoltà e frustrazioni, vissute nella sua esperienza a contatto con il popolo nepalese hanno lasciato un segno profondo. Per questo il barista imolese ha deciso di continuare ad aiutare direttamente dall’Italia i più sfortunati attraverso l’invio di pacchi umanitari direttamente sul campo. L’ultima idea che gli è venuta in mente è quella di spedire 10 computer, che qui da noi oramai sono obsoleti, direttamente ad una scuola nepalese della periferia di Katmandou, dove invece saranno di grande utilità. «Nella mia esperienza ho vissuto a contatto con un popolo in ginocchio che lottava senza piangersi addosso, pieno di dignità e di speranza, sempre sorridente nonostante la miseria totale in cui si trovava a vivere. Solo nella povertà estrema risiede l’essenza della vita».