Un pasticcio ideologico

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Il noto disegno di legge Cirinnà propone una equiparazione delle unioni civili al matrimonio e ciò è tanto evidente nell’articolo 3, quanto in norme che nella foga del richiamo normativo citano articoli sul matrimonio addirittura inesistenti (cfr. art. 13 che richiama l’abrogato art. 155 quater c.c.). Per questo il ddl non supera affatto il vaglio di coerenza al dettato costituzionale. Questo non lo affermo io, ma la Consulta con la sentenza 138 del 2010 trattando il tema della diversità tra matrimonio (art. 29 Costituzione) ed unioni civili: «In questo quadro, con riferimento all’art. 3 Cost. … le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio». Il disegno di legge peraltro si presenta anche profondamente illogico. Paradossalmente finisce per aprire a nuove forme discriminatorie in quanto la pretesa che pone, è di trattare in modo uguale situazioni diverse. Per esempio, se due persone omosessuali possono accedere all’unione civile, perché non possono accedervi altrettanto nipote e nonno conviventi stante il divieto per consanguineità? Ciò svela che la ratio fondante l’unione sia costituita dall’attrattiva sessuale verso persone dello stesso sesso e non la promozione di comunione di vita. Occorre anche affrontare il tema della cosiddetta stepchild adoption ossia la facoltà per il partner di accedere all’adozione del figlio del convivente. Quello che dirò potrà colpire duro allo stomaco dei “mediatori”, ma sono i fatti. Vi sono coppie di uomini recatesi all’estero per acquistare il figlio con la biasimevole pratica dell’ “utero in affitto”. Il bimbo ha due padri ed è orfano di madre. Taluno di questi “padri”, nel corso di una trasmissione televisiva alla provocazione «dov’è la madre» ha affermato: «La madre non c’è, è un concetto antropologico». Evito di citare i casi specifici in cui madri in lacrime si sono viste strappare il neonato a fronte di un’incosciente firma contrattuale, ovvero il caso di donne “affittanti” decedute per i bombardamenti ormonali subiti. Per non parlare dei feti abortiti in quanto imperfetti, o dei gemellini separati: uno preso dai padri, l’altro no perché down. Di fronte a tutto questo appare evidente che l’argomento per cui la legge non disciplina l’utero in affitto, pratica che in Italia è vietata (per quanto ancora?) non toglie vigore all’escamotage di recarsi all’estero per poi legittimare il figlio ottenuto grazie all’art. 5. Molto vi sarebbe poi da dire sulle disparità che crea questa norma. Si pensi alla coppia di due uomini rispetto a quella di due donne che possono avere addirittura plurimi parti e dunque più figli adottabili reciprocamente senza ricorrere a maternità surrogata. Che dire: un vero pasticcio ideologico!