«Bravo Benigni, ma gli atti impuri non li ha inventati la Chiesa»

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Ritengo che molti di noi – che leggiamo questo settimanale – si siano goduti le serate in cui il ben noto attore si è presentato come un esperto biblista, arrogandosi il diritto e la competenza di aiutare un folto uditorio a comprendere che cosa intende ancora dirci Dio, mediante i suoi comandamenti. Vorrei anzitutto elencare i meriti notevoli di Roberto Benigni (foto Sir) nella sua non facile catechesi. Infatti nel testo sacro per gli ebrei e per i cristiani si incontrano pagine di difficile interpretazione, a causa di insegnamenti lontani dalla sensibilità, cultura e diffusa mentalità dell’uomo d’oggi e quindi spesso ritenuti superati e nulladicenti relativamente alla educazione ed al vissuto delle attuali generazioni.

Inoltre risulta impopolare offrire una riflessione su temi religiosi ad una società – qual è quella in cui viviamo – fortemente condizionata da un individualismo mortificante, per cui tutto ciò che non rientra nell’interesse effimero del soggetto, che giudica e sceglie, è indegno di considerazione; e da un materialismo gretto e perciò riduttivo nei confronti della realtà, per cui non si va oltre all’oggetto di sensi assai limitati nella loro funzione, e di facoltà quali l’intelligenza, la volontà, il gusto, la libertà, però spesso asservite alla tirannia dei sensi.

L’esempio di quanto s’è descritto ci viene confermato dalla viltà dei media dell’informazione durante il periodo natalizio, dove la memoria del Salvatore – attentamente censurato – si è ridotta a cene, panettoni, regali, spumanti, ed al fantoccio di babbo natale. In quale abisso di oblio si tenta di estinguere la verità storica, che è a fondamento della nostra splendida cultura cristiana, alla quale siamo debitori di tutto ciò che ci ha resi maestri dell’umanità e che purtroppo stiamo insipientemente affossando, smarrendo noi stessi!

Ebbene, Benigni, con il coraggio di chi sa di possedere verità da comunicare, con lo stile brillante di cui è dotato, con la fede da cui è sorretto, con la proprietà di linguaggio con cui sa esprimersi, ha affrontato la potenza negativa dell’ostilità anticristiana ed amorale di tanti battezzati, intenzionato a risuscitare in loro quanto di vero e di sublime persiste nel cuore del nostro popolo, nonostante la trascuratezza di anni e decenni. Quanto bene e con quanta convinzione ha parlato di Dio, del suo amore per l’uomo, della sua infinita premura per la vita, per la libertà, per la pace di ogni persona singola, come per le nazioni e per il mondo intero. Insistentemente ha sottolineato la potenza persuasiva dell’aggettivo possessivo tuo; «Io sono il Signore Dio tuo», dove si rivela il rapporto strettamente familiare, che Dio intende stabilire con l’uomo, mediante un’appartenenza reciproca; con quell’uomo che ha creato a sua immagine e somiglianza; famiglia, come Lui è famiglia; intelligente, volitivo, libero, come il suo Creatore, al quale tutto ha donato, perfino se stesso.

Eccellente la riflessione del valore della festa, giorno di riposo, di silenzio di meditazione, senza del quale l’uomo, inseguendo fino allo spasimo le offerte del mondo, esaurisce se stesso, dimentico della sua anima, della sua stupenda interiorità, dove l’io si nutre, si afferma e costruisce il suo vero progresso. Fin qui i comandamenti relativi al rapporto fra Dio e l’uomo. Di seguito Benigni affronta i sette comandamenti con cui il Creatore stabilisce la qualità della convivenza tra gli uomini. A cominciare dalla comunità familiare, dove l’attore si sofferma opportunamente sulla benevola e benefica presenza dei nonni, che sono segno della continuità nel tempo di una realtà, luogo di affetti, di educazione, di tradizioni, di cultura, che sono pure a fondamento di una società più vasta mirabilmente umana. Passa poi ad esaltare il valore della vita, degna di ogni attenzione e rispetto. Chi distrugge una vita, apre le porte alla grande nemica, la morte, che Dio non vuole per nessuna delle sue creature. Procedendo disquisisce sul sesto comandamento, dopo averne letta la presentazione biblica, che non allude ad “atti impuri”, bensì alla negatività dell’adulterio, che compromette la comunione sponsale ed umilia soprattutto la donna. L’adulterio rompe la promessa fedeltà, si nasconde vilmente nella ipocrisia, confonde l’amore con una rovinosa passione. La riflessione sugli ultimi comandamenti evidenzia la liceità e necessità della proprietà in rapporto ad una vita decorosa; la demolizione del rapporto umano causata dalla menzogna; la pericolosità del desiderio passionale sulla donna e sui beni altrui.

A questo punto però non si deve tacere sui silenzi e sulle interpretazioni soggettive ed erronee in cui è stato maestro lacunoso e disinformato il buon Benigni. Come mai parlando della festa e del suo imprescindibile valore non ha posto in evidenza che il giorno festivo per tutti i popoli, in quanto religiosi, si identifica e si arricchisce con la preghiera? Non è questo il momento dell’ascolto di Dio, che vivifica, che illumina, che orienta e dona libertà e pace? Non è da Lui che tutto ci proviene? Per noi cattolici l’incontro con il mistero ed esperienza di Dio non è dato dalla parola e dall’eucaristia? Se il silenzio non è il tempo concesso a Lui perché si riveli a noi e riveli noi a noi stessi, non rischia di restare una solitudine che delude perché vuota della compagnia che ci rianima? Come mai parlando con tanta lodevole passione del valore della vita e pertanto del crimine orrendo di qualsiasi omicidio, dichiarandolo addirittura imperdonabile (Dio non ha forse perdonato Caino fratricida?), non ha fatto cenno al massacro quotidiano di innocenti soppressi nel grembo materno, con l’iniqua compiacenza dei governi di molti paesi del mondo? Infine è stata veramente pesantissima e falsa l’accusa rivolta più volte alla Chiesa di aver inventato gli «atti impuri».

Ma se Benigni non ha letto la Bibbia perché si permette di negare verità in essa ripetutamente affermate? È vero che il sesto comandamento riguarda particolarmente il peccato di adulterio, ma è anche vero che la morale nella Bibbia non si esaurisce con i dieci comandamenti e che gli atti impuri in essa sono chiaramente condannati. Per l’antico testamento (At) è di sommo insegnamento la sorte toccata a Sodoma e Gomorra, dove il peccato di omosessualità era diventato norma si squallida vita (Gen. 19, 1-25). Riferiamoci inoltre ad alcune citazioni, tratte dal nuovo testamento (Nt): «Quello che esce dall’uomo contamina l’uomo… intenzioni cattive, fornicazioni… impudicizie…» (Mc. 7, 20-23); «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il Regno dei cieli: né gli impuri… né gli adulteri, né gli effeminati… Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?» (1Cor. 6-15); «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impudicizia, che ciascuno sappia tenere il proprio corpo in santità ed onore, non nella passione e nella libidine come i pagani che non conoscono Dio» (I Tess. 4, 3-5). «Camminate secondo lo Spirito e non soddisfate i desideri della carne» (Gal. 5, 16). I pagani «mentre si dichiarano sapienti sono diventati stolti. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi… Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami. Le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini… si sono accesi di passioni gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi… E pur conoscendo il giudizio di Dio su tali cose non solo continuano a farle, ma pure approvano chi le fa» (Rom. 1, 22-32). Spiace molto che anche Benigni, a questo proposito, si sia accompagnato ai cattivi maestri, ricevendo molti applausi da coloro che la parola di Dio chiama stolti.